Alla ricerca dell’origine del nome “Arcore”

Alla ricerca dell’origine del nome “Arcore”

Alla ricerca dell'origine del nome "Arcore"

Circa un anno fa abbiamo parlato dei ritrovamenti in quel di Bernate di presunte vestigia dell’antica Roma.

Poi per diversi mesi squadre di archeologi hanno scandagliato la zona e portato alla luce resti di fondamenta di diversi edifici.

Nell’attesa, di conoscere gli esiti della campagna di scavi, per tener vivo quel filo che ci indirizza all’antica Roma, proponiamo questo compendio che vuole riassumere quanto nel tempo si è ipotizzato sull’origine del nome “Arcore”. Estendendo la discussione,  sarà gioco forza, dirigere la nostra attenzione  nel disquisire sul fantomatico “arco”, all’origine del nome della nostra città, per ritrovarci in quel di Bernate, dove quegli scavi, ora conclusi, non fanno altro che corroborare la presenza sul nostro territorio dell’antica Roma e di genti ancora più lontane nel tempo.

La controversa e mai risolta genesi del nome "Arcore"

Accertata la presenza di una importante via d’epoca romana che interessava Arcore (vedi il post precedente), veniamo ora al nome “Arcore”, che è di etimologia molto incerta, ma tutte le ipotesi fin qui formulate, si rifanno alla stagione dell’antica Roma.

Una ricostruzione della viabilità romana nel nostro territorio, si evidenzia la “Strada dello Spluga”. Nella mappa sono evidenziati i tracciati della "centuriazione romana", ancora oggi identificabili.

La lezione dello storico Giorgio Giulini

Iniziamo con  Giorgio Giulini, che nel 1756, nello stendere la “Dissertazione di Giulia Drusilla”, in relazione alla famosa lapide, che mostriamo in figura, custodita al Museo Archeologico di Milano, e rinvenuta nell’antica chiesa dedicata a Sant’Apollinare, con probabilità mentre soggiornava nella sua abitazione di villeggiatura al San Martino di Arcore, poi dimora della famiglia Casati, riassumeva, prima di dire la sua al proposito, quanto in passato storici ed eruditi, avevano ipotizzato sull’origine del nome di Arcore.

La lapide dedicata a Giulia Drusilla, rinvenuta nel territorio di Arcore e conservata al "Museo Archeologico di Milano"
 

Riferiva dell’erudito Alciati che nel Cinquecento a proposito di Arcore aveva scritto: “… nella Villa detta Arco, o come altri pensano più correttamente Ercole…”. Poi raccontava dell’antiquario e storico fiammingo  Jan Gruter, noto anche nella forma latinizzata di Janus Gruterus,  che a cavallo tra Cinquecento e Seicento, sempre sulla scorta di quanto aveva raccolto l’Alcinati, cosi diceva di Arcore: “…evvi una Terra, comunemente chiamata Arcori, o volgarmente dagli Abitanti Arcol o Ercol…”. Continuando il Giulini, nell’indicare il luogo di ritrovamento della lapide,  (Sant’Apollinare e il suo antico monastero) citava quanto riportato su una bolla papale di Eugenio IV : “…ove il Monistero forense vien chiamato Monasterium novum de Arcuto”.  A questo punto il Giulini puntualizza che a suo parere trovava strano che il luogo si chiamasse  “Arcuto”, anche perché in documenti  precedenti al Seicento aveva riscontrato le varianti “Arcori” o “Arcuri (a)” e quindi riteneva “Arcuto” un refuso di chi aveva scritto la bolla papale. Poi nella parte conclusiva della “Dissertazione di Giulia Drusilla” torna su quell’Arcuto e anche quel precedente Ercol, per confutare entrambe le varianti. 

Giorgio Giulini e la sua "Dissertazione di Giulia Drusilla"
 

Proseguiva nel discorso ipotizzando che la lapide dedicata a Giulia Drusilla fosse stata realizzata per essere posta in prossimità di una statua, piuttosto che in un tempio o ad intitolare un arco, tutti luoghi dove simili lapidi erano documentate. La sua conclusione l’indirizzava ad affermare: “Che il nome poi della Terra, dove trovavasi la nostra pietra, possa dare bastante indizio di un Arco, che ivi fosse, questo è ciò, che io non ardirei di asserire.” Infine per quella dizione “Ercol” asserisce possa essere legata al fatto che nella parlata locale la “a” possa essere confusa con una “e” molto larga, e presa per tale, da qui il fraintendimento, ribadendo, infine, le antiche documentazioni che indicavano “Arcori” e “Arcuri”.

L'ipotetico arco è diventato realtà

La velata ipotesi del Giulini, sull’arco che poteva aver ospitato la lapide di “Giulia Drusilla”, a distanza di un secolo, vieniva così assimilata dallo studioso vimercatese Giovanni Dozio, che confessava di non sapere “…se il nome al villaggio divenisse da Ercole qui per ventura onorato con culto speciale ai tempi gentileschi, o piuttosto da un sontuoso arco qui eretto ai tempi romani”. Il riferimento ad Ercole ci indirizza al culto documentato nelle nostre zone, riscontri a Vimercate e Monza, a Lomagna, Biassono e Villa San Fiorano (Villasanta), mentre il possibile arco, per il Dozio, è diventato un’opera accertata. In seguito queste due ipotesi continueranno a riecheggiare ogni volta che si scriverà dell’origine del nome della nostra città.

Il volume "Notizie di Vimercate e sua Pieve" da cui è tratto il commento di Giovanni Dozio

Arco e tempio dedicati a Ercole in quel di Bernate

La misura non è tuttavia colma, possiamo ancora aggiungere che ad un certo punto l’arco che è diventato sontuoso, risulta dedicato ad Ercole, e sorgeva nei pressi della Cascina Bernate. La chicca da una pubblicazione del Comune di Arcore, nell’anno 1956, che riepiloga il suo operato del quinquennio trascorso e che da notizia del riconoscimento, da parte del Capo dello Stato dello stemma e gonfalone di Arcore in data 22 gennaio 1955. Il fatidico arco ritorna, e nella fascia centrale dello scudo che compone lo stemma comunale, compare la figura “dell’arco romano al naturale”, è (sic) con nostra grande sorpresa vediamo che non si tratta di un manufatto architettonico, ma dell’arma usata per lanciare frecce.  Rimane un mistero la scelta della rappresentazione dell’arco, infatti procedendo nella lettura della pubblicazione incontriamo: “…i precedenti storici, forniti dall’Archivio di Stato…” per affermare: “…come pure discussa è l’etimologia del nome che alcuni storiografi fanno risalire al latino “Arcorum” per l’erezione in luogo, e più precisamente all’altezza dell’attuale Cascina Bernate, di un suntuoso arco di trionfo in onore del dio Ercole, da parte dei Romani”. 

In alto a sinistra: Lo stemma del comune di Arcore, come proposto nella pubblicazione del 1956, appena riconosciuto dal Capo dello Stato. Sotto a destra: Lo stemma comunale come si presenta oggi. Per finire la didascalia, sempre dalla pubblicazione citata.

Aggiungiamo ulteriore confusione, la fonte documentale di tale collocazione, non è menzionata, così come vaga ci giunge quella “Cascina Bernate”, intesa pensiamo, all’agglomerato delle diverse corti che ancora oggi insistono in quella località. Per completezza d’informazione aggiungiamo che nel volume “La Storia Di Arcore. Fra Amene Ville e Signorili Giardini, Vita Contadina e Mondo Dell’industria” di Luisa Dodi, ritornano Ercole con il tempio a lui dedicato e l’arco, precisandone la collocazione: “…si è supposto situato all’altezza di Bernate lungo la strada per Lecco”, e come fonte: “Arcare. Il primitivo arco di trionfo, in «L’Italia», 13 giugno 1956”. Forse un refuso Arcare per Arcore, mentre “L’Italia” dovrebbe essere la rivista edita dall’E.N.I.T. e dalle Ferrovie dello Stato. L’anno 1956 è lo stesso della pubblicazione comunale, citata in precedenza, da cui quest’ultima fonte ha forse attinto la notizia.

"Arcore" termine del linguaggio degli agrimensori romani

Comunque con tutto questo discorrere ci siamo avvicinati al luogo degli scavi ora conclusi: Bernate.

Prima di dedicarci in totum al luogo di Bernate ancora una ipotesi, abbastanza articolata sull’origine del nome “Arcore”.

La romanizzazione di un luogo prevedeva, tra l’altro, il delicato compito di organizzare e distribuire ordinatamente il territorio, incarico svolto da tecnici specializzati, gli agrimensori o gromatici, simili agli odierni geometri, che si avvalevano di uno strumento, la groma, munita di due bracci formanti quattro angoli retti e relativi fili a piombo, grazie alla quale era possibile tracciare sul terreno allineamenti perfettamente ortogonali.

Questa importante attività andò a produrre, con lo scopo di continuare, commentare e diffondere la pratica, una serie di scritti, noti come “testi gromatici”, in latino “Corpus Agrimensorum Romanorum”, o anche “Gromatici Veteres”.

Ecco dunque che tra le persistenze gromatiche, termini attribuibili alla pratica agrimensoria, possiamo considerare il nome “Arcore” dal latino ecclesiastico “arcorum”, diminutivo di “arca”  cisterna, che nel contesto agrimensorio ha il senso di “limes quadratus in modo arcae constuctus” (“confine quadrato, costruito simile ad un’arca”, “segno di confine”). Dunque, ipotizzando tale origine, possiamo affermare che il luogo di Arcore segnava un preciso limite territoriale.

Un agrimensore al lavoro con l'ausilio del "groma". In alto a sinistra un manoscritto risalente all’inizio del IX secolo preziosissima testimonianza diretta del 𝐶𝑜𝑟𝑝𝑢𝑠 𝐴𝑔𝑟𝑖𝑚𝑒𝑛𝑠𝑜𝑟𝑢𝑚 𝑅𝑜𝑚𝑎𝑛𝑜𝑟𝑢𝑚

Arriviamo a Bernate

Sulla scorta di quanto abbiamo appena esposto anche il nome di “Bernate” potrebbe essere associato al concetto di “confine”. Nel lavoro, datato 2012 di Mariavittoria Antico Gallina “Epigrafia per la topografia: fra Adda e Lambro, il Vimercatese”, emergono queste considerazioni. Nel tenere conto di come spesso i “punti di demarcazione di entità territoriali che avessero mantenuto un’unitarietà etico-culturale o specificità ambientali importanti per le comunità”, hanno nomi terminanti in -∗ate, come appunto Bernate, Continua Mariavittoria Gallina: “la linea ideale della loro congiunzione identificava per Piana Agostinetti (storico), i confini tra civitates celtiche”. Quindi se teniamo valide queste osservazioni ecco che il confine che richiama il nome di “Arcore”, potrebbe indicare, alla luce della citata etimologia di “Bernate”, uno dei punti che congiunti tra loro segnavano l’estensione dell’organizzazione territoriale dei Celti in tempi pre-romani.

Non perdiamo di vista il suffisso terminale -ate, che viene indicato da più fonti con il significato di “punto di passaggio/guado”. Ora illustriamo brevemente quanto il professore Guido Borghi (Università agli studi di Genova) propone per il nome Vimercate, stesso terminale “ate” presente in Bernate. “Vimercate, non deriverebbe dall’altomedievale vicomercado (a. 745), ma sarebbe la latinizzazione di un nome celtico. Dato il valore di punto di passaggio/guado del suffissoide -ate il sito doveva avere un nome che indicasse un guado sul torrente Molgora. È perciò lecito cercare nei 224 radicali di origine celtica noti il nome da cui potrebbe derivare Vicomercado. Riscontriamo che “wikomerkkaus” è un composto gallico significante “guado della figlia del furore”: la corrispondenza tra forma latina e forma celtica permette di vedere combinati più elementi. Dalla presenza del suffissoide ate, deduciamo che la restante parte “wiko merkki («figlia del furore), debba in qualche modo riferirsi al vicino corso d’acqua.” 

In evidenza il percorso della Molgorana oggi in buona parte intubato e coperto

Riversiamo questi concetti sul nostro “Bernate”: possiamo ipotizzare, per analogia a quanto indicato per Vimercate,  che il nome “Bernate” non sia di origine latina, ma piuttosto la latinizzazione di un nome celtico. Ricordando, ancora una volta, che la terminazione “-ate” sta ad indicare “punto di passaggio/guado”, possiamo pensare che la radice del nome “Bernate” nella lingua celtica, dovesse indicare con maggiori dettagli il punto di passaggio se non addirittura un guado. Per Vimercate,  “un guado sul torrente Molgora”, per Bernate “un guado sulla Molgorana”. Non dimentichiamo come, nell’immediata prossimità di Bernate, e se consideriamo il luogo di ritrovamento dei reperti romani, a solo qualche centinaio di metri, la presenza del corso della Molgorana, che oggi coperta corre lungo la strada che proviene da Usmate e dirige verso Arcore, il cui toponimo è quasi perfettamente sovrapponibile all’altro “Molgora”, su cui abbiamo appena trattato nel discorrere di Vimercate.

Abbiamo senz’altro percorso sentieri insidiosi e tutti opinabili, anche se gli indizi che abbiamo raccolto presentano una serie di analogie non scontate che ben si incastrano tra loro e sostengono la tesi che abbiamo proposto, lasciando, tuttavia,  aperta la discussione a altre ipotesi e conclusioni.

Terminiamo ricordando quanto Tonino Sala aveva scritto anni fa circa l’origine del nome Arcore a cui rimando con piacere e dove la stragrande maggioranza di quanto qui riportato era stato ampliamente trattato.