Ma quanto è buono il cioccolato…

Ma quanto è buono il cioccolato…

Nobiltà golosa nell'Usmate del '700

Nel percorso storico, che mi ha condotto alla ricerca dell’origine del patrimonio immobiliare della famiglia Ala-Ponzone, noti per il loro “palazzo di villeggiatura” in quel di Usmate e sede dell’attuale “Scuola d’infanzia Fracaro”, sono approdato alla dinastia dei Caimo, che aveva preceduto gli Ala-Ponzone nelle proprietà usmatesi e pure loro, nello stesso luogo, avevano edificato una “casa da nobile con giardino”, che abitavano quando lasciavano Milano per raggiungere la Brianza. 

Registriamo in Usmate, per buona parte del Settecento, la presenza di due esponenti dei Caimo; il giureconsulto Giovanni Battista e il figlio Alfonso.

Con Alfonso, che morirà nel giugno del 1764, senza eredi, assisteremo al passaggio dei suoi beni ad Ignazio Caimo, esponente di un diverso ramo della famiglia Caimo, che sino a quel momento aveva detenuto proprietà ad Usmate

Nel Settecento il complesso abitativo dei Caimo, nello spazio oggi occupato dalla "scuola d'infanzia Fracaro" era strutturato come indicato nella mappa. Poi negli anni che caratterizzeranno la presenza degli Ala-Ponzone tutti questi edifici scompariranno, sostituiti dal Palazzo (Asilo Fracaro), e dallo stabile, prossimo su via Cavour, ancora oggi presenti.
La rappresentazione dell'evoluzione topografica della zona nei vari periodi

Una breve digressione per descrivere la genealogia dei Caimo di Usmate

Dobbiamo partire da Francesco Caimo, membro dei sessanta decurioni della Città di Milano nell’anno 1448. Da lui dipartiranno i due rami, quello del primogenito Giovanni Battista, nato nella prima metà del secolo XV. Il Caimo è documentato presso Francesco Sforza, prima che questi acquisisse il ducato di Milano. Fu spesso inviato dello stesso, per buona parte della seconda metà del Cinquecento, a promuovere e districare importanti affari politici dello Sforza. Possiamo pensare che le prime acquisizioni di terreni in Usmate, siano da attribuire a quel periodo, quali ricompense del condottiero milanese. Sarà appunto dai discendenti del Gio: Batta, che si approderà a quell’Alfonso di cui ci stiamo occupando. Ritornando a Francesco Caimo, ed al suo secondogenito Gasparo, sarà attraverso questa linea dinastica che nascerà Ignazio Caimo, nuovo proprietario dei beni Caimo a partire dal 1766, due anni dopo la morte di Alfonso.

Dissidi in famiglia

Ritornando a padre e figlio: Gio: Batta e Alfonso Caimo dobbiamo dire dei rapporti, non sempre cordiali, che intercorsero tra i due. Dalle carte consultate sembrerebbe che ad un certo punto della sua vita, al genitore fosse stato attribuito qualche “disturbo” di natura mentale, per lo meno, stando a quanto sosteneva il figlio, che di fatto determinò una situazione poco piacevole in famiglia.

Gio: Batta misurava le risorse economiche da elargire al figlio, che già sposato, si trovava a mal partito. Altre volte lo stesso Alfonso accusava il padre per la sua prodigalità verso gli estranei, minando di fatto il patrimonio famigliare, oppure che impartisse disposizioni su come gestire le “sue cose” con poco raziocinio, emblematica la vicenda delle piante abbattute ad Usmate. Riportiamo la testimonianza di Gio: Buglio al proposito:

“Io Gio Buglio del loco di Usmate atesto (attesto) con mio guramento (giuramento) qualmente il giorno 21 del mese di marzo ho veduto ne boschi del Sig.r Io.re Coll.to Gio Battista Caimo getare (gettare) giu (giù) piante di Rovolo (rovere) circha n.° centosedici et altre tante piante di rovolo che sono segnate per getarle a basso, e le roveri, che sono gia getate (già gettate), che sono quelle stese (stesse) che a (ha) comprato Antonio Maria Sirtori del locho di Velate sono piante di cima come parimente quelle che sono segnate per getarle sono piante di cima in dano (danno) notabile de boschi ateso (attesto), che ve ne sono in quella gia  getate che non sono stimate più di cinque soldi luna

di più ateso qualmente ho sentito a dire da diverse persone che non bisognava che fose avisato il Sig.r d, Alfonso Caimo suo figlio adeso che poteva contradire a tal rovina per esersi (essersi) detto, Sig.r Alfonso più volte lamentato del spaventoso taglio, fatto anni sono dal d.o Sig.r Coll.to Caimo”.

La testimonianza di Gio Buglio che attesta la gestione delle proprietà dei Caimo, non condivisa tra padre e figlio

Quanto mi costa questo cioccolato

Fatto sta che questa situazione condusse ad un provvedimento molto pesante: l’interdizione di Gio: Batta, con il figlio chiamato ad amministrare la sostanza del padre. La necessità di documentare, con scrupolo, tutte le uscite di denaro legate alla gestione dei beni, che formalmente erano ancora di proprietà di Gio: Batta Caimo, ci ha fornito una delle due note che hanno ispirato il tiolo del post.

Siamo a cavallo tra il 1727 e il 1728, nel puntuale elenco delle “Spese diverse fatte alla Persona del Sig.r Don Gio: Batta; et altro per benefizio della casa” tra la spesa “Per aver otenuta una licenza d’armi per Carlo Colombo Camparo di Usmate per il 1727 £. 10. 7.” e quella “Per fattura di comodatura d’un vestito per il Sig.r Don Gio: Batta Sod.o £. 39.” compare questa altra curiosa uscita: “Per rubbi n° 1 ½ ciocolatto, avvertendo, che non si mette in conto la vaniglia del intiro rubbo, come s.a, per averla questa somministrata il sod.o Sig.r Don Gio: Batta in tutto per fattura e spesa £ 120.13.

La registrazione per l'acquisto di una quantità di un rubbo e mezzo di cioccolato

Alcune necessarie precisazioni; il “rubbo” era un unità di misura di peso, che variava da regione a regione, per Milano corrispondeva a 8,170 kg. Dobbiamo dire che in quegli anni il consumo di cioccolato, era uno sfizio che si potevano permettere poche persone…

Il cacao, come sappiamo, divenne disponibile solo dopo la scoperta dell’America. La storia vuole che la ricetta del cioccolato dolce sia da attribuire, c’è chi dice a delle suore messicane, chi a dei frati, grandi esperti di miscele e infusi, che sostituirono il pepe e il peperoncino con lo zucchero e la vaniglia creando una bevanda dolce e gustosa; usanza poi trasmessa in Spagna nel 1590 circa. Fu così che alla corte di Carlo V, la cioccolata calda addolcita dallo zucchero di canna divenne una moda aristocratica, esclusiva.

Grazie a un commerciante fiorentino, Antonio Carletti, la cioccolata arrivò nel 1606 in Italia, e solo nove anni dopo nel resto dell’Europa. L’approdo alla corte dei Medici a Firenze dove il granduca Cosimo III de’ Medici perfezionò la cioccolata con una ricetta segreta aromatizzata al gelsomino, attirando l’interesse delle corti europee. La sua maestria lo portò anche a creare i primi cioccolatini, tra cui quelli al cedro, inviati nel 1671 al cardinale Leopoldo de’ Medici.

Sempre spulciando fra la storia sappiamo che a Torino il cioccolato arrivò già come “bene di lusso” nel 1560-61, quando si dice che Emanuele Filiberto lo introdusse per celebrare la vittoria sui francesi e il trasferimento della capitale. Tuttavia, fu Caterina d’Asburgo, moglie di Carlo Emanuele di Savoia, a rendere la cioccolata popolare, stabilendo regole precise per il consumo pomeridiano e serale e creando una tradizione che si diffuse nelle corti e tra l’aristocrazia.

Jean Chevalier (1725-1790), Ritratto di dama elegante che beve cioccolato con la figlia

Quale di queste fonti fu da tramite, perché il cioccolato approdasse in casa Caimo, non è dato sapere. Tuttavia la frequentazione a Venezia, dove i Caimo possedevano una dimora, retaggio del matrimonio avvenuto due generazioni precedenti, fra Orazio Caimo e la veneziana Sanuda de Sanudi, discendente di una antichissima famiglia del patriziato veneziano, ci farebbe propendere per questa genesi. Sempre dalla storia del cioccolato: Venezia, città d’acqua e di spezie, accolse il cioccolato già nel Seicento, grazie ai suoi intensi scambi commerciali con l’Oriente e la Spagna. Nei caffè veneziani, il cacao diventò presto simbolo di eleganza e mondanità, servito in porcellane pregiate, spesso dorate e dotate di coperchio per mantenere calda la bevanda.
Al caffè Florian, aperto nel 1720, si bevevano caffè, cioccolata calda, infusi e vini aromatizzati.

Fino al 1700 la cioccolata era conosciuta solamente come bevanda, le si attribuivano le più straordinarie qualità benefiche. Dal 1700 in poi si comincia ad apprezzare questo “miracoloso” ingrediente preparato allo stato solido.

Dal volume “Il nuovo cuoco italiano” sottotitolo “secondo il gusto francese” pubblicato a Firenze nel 1774 proponiamo queste note relativa al capitolo XXX che tratta del “caffé”, del “the” e della “cioccolata”

il nuovo cuoco italiano

Chi la fa, l'aspetti

Pensiamo che l’ex magistrato Gio: Batta Caimo abbia continuato sino alla fine dei suoi giorni, a gustare la calda bevanda impreziosita di quell’aroma di vaniglia di cui si era fatto carico personale della spesa, per godersi sino in fondo la sua golosità. Con una punta di malizia possiamo commentare come il figlio pedissequamente  abbia voluto, nella sua puntigliosa lista della spesa, annotare anche quel cioccolato, senza nulla concedere al padre, nemmeno quell’innocente sfizio di gola.

Poi, come si sa, “chi la fa, l’aspetti”, e con un salto che ci porta al 1764, anche Alfonso sta concludendo il suo percorso terreno e nella frenesia dettata dall’età e nella convinzione che ogni giorno possa essere l’ultimo, di suo pugno verga un foglio con queste parole: “In caso che il Signore Dio mi volesse altro Mondo nel tempo della mia dimora in Venezia o altrove voglio che il mio ciocolato che trovasi ne miei scrigni a S.ta Prassede si deve portare alla Mia divota capucina Suor Maria Colomba e due (?) tavolette alla capucina Madre Abadessa in S.ta Prassede, e in fede Gio. Alfonso Caimo.”

La volontà, scritta di proprio pugno, da Alfonso Caimo, qualche mese prima d morire.

La voglia di cioccolato era passata dal padre al figlio e si era evoluta con i tempi, dalla bevanda sorbita da Gio: Batta, si era arrivati alle tavolette di Alfonso, che viste le modalità con cui venivano conservate non erano certamente alla portata dei comuni mortali.

La scelta di lasciare in eredità le sue tavolette di cioccolato, a due religiose del Monastero di Santa Prassede di Milano, che sorgeva dove oggi troviamo il Palazzo di Giustizia del capoluogo lombardo, era stata dettata dalla speranza che le monache gustando il dolce avessero ricordato Alfonso Caimo dedicandogli qualche preghiera a salvezza della sua anima, insidiata da quel peccato di gola, che il nobile non aveva certamente saputo evitare.

NOTA:

Non possiamo  fare a meno di una finale necessaria precisazione. Come abbiamo visto nella descrizione “cioccolato in tavoletta”, di tavolette di cioccolato non si dovrebbe parlare prima della metà dell’Ottocento, tuttavia lo scritto di Alfonso Caimo risale a poco meno di cento anni prima (1764) e non ci sono dubbi sulle sue “tavolette di ciocolato”. Che la storia di questa leccornia debba essere rivista?

Nel 1828 il chimico olandese Coenraad Johannes van Houten escogitò un modo per trattare i semi di cacao e rendere questo prodotto più facilmente fruibile, utilizzando i sali alcalini per ottenere una polvere di cacao che potesse essere mescolata facilmente con l’acqua.

Van Houten creò anche un macchinario particolare, la pressa per cacao, che separava il burro di cacao dalle fave tostate: un modo più semplice e specialmente economico per produrre il cacao in polvere.

Tutte queste invenzioni sono necessarie per arrivare quindi alle origini della tavoletta di cioccolato, introdotta da Joseph Storrs Fry, un pasticcere di Bristol, nel 1847. Mr. Fry intuisce che sarebbe stato più comodo per consumatori e pasticceri avere a disposizione una preparazione pronta all’uso, in un forma facile da sezionare e conservare: la tavoletta di cioccolato. Miscela quindi la polvere di cacao a zucchero, burro di cacao e ottiene un composto facile da modellare che, solidificato, aveva la perfetta consistenza per essere conservato a lungo.

 

Convento di Santa Maria Prassede, clarisse cappuccine
(1578 – 1782)

L’attuale Palazzo di Giustizia si innalza sull’area che era stata occupata, in gran parte, dall’antico convento di Santa Prassede, “allato di quegli giganteschi faggi che colà vedete verdeggiare nella strada – lo stradone di porta Tosa – alla sinistra mano, tenendosi nel mezzo corrente rigagnolo”, come descrive il Torre nel suo “Ritratto di Milano”.

Originariamente comunità di orsoline, fu trasformata in convento cappuccino dal cardinale Borromeo nel 1578, con l’intitolazione a Santa Prassede.
Intorno al 1624 un gruppo di cappuccine fu trasferito nel convento di Santa Maria di Loreto appena fondato.
L’edificio monastico comprendeva 85 celle e l’infermeria.
Il convento fu soppresso nel 1782.

Marta Piantanida, moglie di Giacomo Gallo, maltrattata dal marito, si rifugiò in casa di Isabella Borromeo, al cui servizio lavorava una sua sorella.
Dopo essere sfuggita al tentativo di ucciderla del marito, diventò orsolina e, insieme alla sorella e ad altre due donne, andò a vivere in una parte della casa di Isabella Borromeo.
Nel 1576 le orsoline erano diventate dieci e nel 1578 il cardinale Borromeo sancì la trasformazione della comunità in convento cappuccino intitolato a Santa Prassede, assegnandogli una sede idonea.