Gli Ala-Ponzone di Usmate III parte

Gli Ala-Ponzone di Usmate III parte

Una lunga storia

Terminiamo il racconto della famiglia Ala-Ponzone, nel completare la narrazione delle vicende che videro protagonisti Maria Ciceri-Visconti e il marito Daniele Ala-Ponzone.

Maria Ciceri alla corte dei Viceré

Nel 1822, da metà ottobre alla metà di dicembre, la città di Verona ospitò le teste coronate di tutta Europa per un congresso che chiudeva la serie iniziata a Vienna nel 1815 con la così detta “Santa Alleanza”. Il Congresso segnò l’apice della Restaurazione post-napoleonica, con la presenza di imperatori, zar e re. All’appuntamento non mancò, in rappresentanza del Lombardo-Veneto, la presenza del vicerè Giuseppe Ranieri e della vice-regina Maria Elisabetta di Savoia-Carignano, già madre di due figlie nate nel febbraio del 1821 e nel giugno del 1822, a cui si accompagnò “La sig. Marchesa Ala Ponzone, nata Visconti-Ciceri, Gran Maggiordoma e Dama di Palazzo di S.A.I. e R la Vice Regina”. Un ruolo di primario prestigio per Maria Ciceri Visconti.

Lo stampato in occasione del Congresso di Verona, in cui si elencano i partecipanti dei differenti stati e dove le delegazioni soggiornavano. L'immagine proposta indica tra gli accompagnatori del Lombardp-Veneto la Marchesa Maria Ciceri Visconti

Possiamo nell’occasione porre particolare attenzione sul ruolo della marchesa, convinta sostenitrice dello status quo dell’epoca post-napoleonica e la netta dissociazione a cui andrà incontro il figlio Filippo Ala Ponzone negli anni del Risorgimento. Ricordiamo come nel biennio 1820-22 si colloca la vicenda dei “moti carbonari” che coinvolsero Silvio Pellico e Piero Maroncelli arrestati a Milano, processati nel 1821 e condannati alla pena di morte, condanna poi tramutata nel carcere, 20 anni per Maroncelli e 15 per Pellico. I due scontarono la loro pena nel famoso carcere dello Spilberg, entrambi vennero scarcerati per condono nel 1830. Attraverso alcune lettere scritte da Daniele Ala Ponzone in quel 1822 alla moglie che aveva seguito la corte reale a Verona, abbiamo la conferma del periodo vissuto dalla marchesa lontana da casa.
Iniziamo con la missiva del 18 ottobre 1822 in cui Daniele ribadisce il ruolo occupato dalla consorte: “…tutte le cariche di Corte erano concentrate nella tua Persona: S.A. la vice regina, avrà riconosciuto il tuo impegno, e la tua capacità nel disimpegno delle occupazioni che non sono per anco del tuo dipartimento”.
In seguito nella lettera del 29 ottobre altri particolari. “Sento l’alto onore avuto di sedere nello stesso palco di sovrani tanto eccelsi”. Quindi la curiosità di Daniele nell’accertare il valore di personalità di spicco nel panorama della politica mondiale dell’epoca: “Nel pranzo dato del Vice Re a Metternich, Wellington e ad altri Ministri avrai avuto maggior campo di potergli rimarcare e vedere se il loro esterno corrisponde al loro spirito.”

La lettera scritta da Danile Ala-Ponzone alla moglie il giorno 1 novembre 1822 in cui si evidenzia la notizia che Maria Ciceri aveva pranzato con l'Imperatore.


Nella sua posizione privilegiata, Maria Ciceri-Visconti ha avuto l’onore di pranzare con l’imperatore Francesco I d’Asburgo-Lorena e l’imperatrice Carolina Augusta di Baviera, così commentava l’evento Daniele Ala-Ponzone nella lettera inviata alla moglie il 1 novembre 1822: “Sento l’onore avuto di pranzare colle loro M.I. e della somma clemenza con cui l’Imperatore ti ha trattenuta, avanti e dopo la tavola, e della parola che l’Imperatrice ti diresse a pranzo”. Il 4 novembre Daniele pare sollevato dal fatto che il soggiorno dei sovrani sia prossimo al termine, così da liberare dall’impegno la moglie, così indicata affettuosamente nell’intestazione della missiva: “Carissima ed amatissima Marietta”. Che il soggiorno veronese si fosse svolto non senza impicci per la moglie è documentato da queste parole: “Mi mette in pena i dispiaceri che sembra che provi dal tuo contorno: parvami che col piede in cui ti eri posta verso di loro, non ti potessero portare il minimo disturbo: ma il fatto e poi quello che decide la cosa.”

Il restauro del mausoleo dei Caimo

Tra le innumerevoli incombenze derivate della gestione del patrimonio famigliare si segnala l’intervento che la contessa Maria Ciceri Visconti operò nello stesso 1822 nella chiesa milanese di Sant’Eustorgio. Il parroco dell’epoca chiese alla contessa di trasportare il padronato dell’antica famiglia milanese dei Caimi, di cui Maria Ciceri attraverso l’eredità fatta dallo zio conte Ignazio Caimi-Ciceri n’era entrata nel giuspadronato, dalla cappella di sant’Ambrogio che apparteneva ai Caimi fin dall’anno 1401, in quel tempo ormai ridotta in rovina, alla cappella del Rosario. 

La cappella del S. Rosario in Sant'Eustorgio. Incisione, opera di Ambrogio Fumagalli, realizzata dopo i lavoro voluti da Maria Ciceri

La contessa si fece carico dell’operazione e nella cappella del Rosario si trasportarono le lapidi sepolcrali e le spoglie dei Caimi, l’antico mausoleo di Protaso Caimi, (un sarcofago funerario, opera databile intorno al 1360, è attribuito a Bonino da Campione) 

Il sarcofago di Protaso Caimi. L'opera è databile attorno alla seconda meta del Trecento

 e un quadro con sant’Ambrogio a cavallo dipinto, per quanto si crede, da Ambrogio Figino, che stava nella vecchia cappella.

Sant'Ambrogio sconfigge gli Ariani, quadro di Ambrogio Figino

A commemorare l’evento un’iscrizione in latino che tradotta così recita:
“Resa guasta dal tempo la cappella di sant’Ambrogio ove riposavano le ceneri de’ nobili Caimi, e per l’opportunità del sito destinata ad altri usi della basilica, Maria figlia di Filippo Visconti-Ciceri, moglie al marchese Daniele Ala, ciambellano imperiale, dama della Croce Stellata, dama del palazzo imperiale, maggiordoma di Maria-Elisabetta di Savoja moglie di Raineri, arciduca d’Austria, viceré dell’Insubria, di là trasportò i diritti di patronato e di sacerdozio e i monumenti de’ grand’avi per l’eredità del conte Ignazio Caimi Ciceri di lei prozio benemeritissimo, nella cappella del Rosario a di lei spesa ornata di nuovi abbellimenti; offerendo sè stessa alla santa Madre di Dio e ad Ambrogio padre della città, per avere salvo e buono l’unico di lei figlio settenne. Fatto di legittima autorità, a desiderio del parroco e dei fabbricieri, e stipulato in atto pubblico in Milano, col mezzo del giureconsulto e notajo Giorgio de Castillia, a’ diciannove di marzo 1822.”
A questo proposito una testimonianza diretta del marito Daniele in una lettera indirizzata alla moglie al seguito dei vice re a Verona nell’ottobre del 1822 che così scrive; “… e che per distrarci (in compagnia del figlio Filippo) avessimo fatto una passeggiata a S. Eustorgio a veder con quieta la tua Cappella, ciò che si eseguì”.

A PROPOSITO DELLA CAPPELLA DEL ROSARIO

Spulciando tra pubblicazioni del passato riuniamo in questo spazio tre contributi.

Iniziamo dal più lontano, nel tempo, è il lavoro pubblicato nel 1841 da Michele Caffi: DELLA CHIESA DI SANT’EUSTORGIO IN MILANO
ILLUSTRAZIONE STORICO-MONUMENTALE-EPIGRAFICA

 



 

Proseguiamo con Ignazio Cantù, che nel 1877 nel volume “MILANO-DIAMANTE” una guida della città ante litteram, così scrive sulla cappella:

“La seguente cappella detta del Rosario, venne costrutta dai Crotti al tempo istesso dell’antecedente dei Torelli; oggi mostrasi sformata dalle ripetute ristaurazioni, ed in ultimo, da un ristauro del 1822 di forme Vignolesche. Intorno al medesimo anno vi furono portati gli avanzi lapidari della famiglia Caimi dalla or murata cappella di S. Ambrogio. Fra questi fu, qui, trasferita l’arca di Protaso Caimo, milite al tempo di Luchino Visconti. Essa vedesi assai poco acconciamente accomodata in alto, a destra, presso l’altare: crediamo in una prossima rimozione.

Particolari di due dei tre riquadri del sepolcro di Protaso Caimi guerriero al tempo di Luchino Visconti

Sul davanti di essa, v’ha la solita composizione dei maestri da Campione in tre riquadri: nel centro, il guerriero armato presentato alla B. Vergine col figlio da tre santi; tre altri santi diversi in quelli dei lati. Nelle pareti della cappella, la B. Vergine con San Vincenzo e Santa Rosa ai piedi è copia di quadro veneto: il S Ambrogio a cavallo viene attribuito ad Ambrogio Figino.

La facciata di Sant’Eustorgio in una delle illustrazioni presente nel volume “Milano diamante”

Nel 1872 la cappella subì un importante riforma almeno nelle parti esteriori. L’architetto Terzaghi col concorso del Nob. Patrono March. Ala Ponzone, senza compromettere le sue parti sostanziali o l’interne decorazioni poté soddisfare a tutte le esigenze dell’arte armonizzandola col restante fianco meridionale. Fu riformato il lanternino superiore. Lo sfondo racchiuso da un corpo cubico a contrafforti angolari ed a parastate intermedie tenendosi allo stile classico del XV secolo nelle particolarità delle membrature ed ornati di terra cotta.”

 



 

Terminiamo con quanto riportato sul volume edito nel 1984 dalla Banca Popolare di Milano “La basilica di Sant’Eustorgio in Milano”:

“Il sarcofago Caimi, originariamente nella cappella di Sant’Ambrogio, poi chiusa, quindi in altri luoghi della basilica, visto dal Vigazzi di fronte alla cappella dei Magi e infine, come si è detto, murato nella terza cappella a destra, è costituito attualmente dal solo parapetto marmoreo, diviso in tre formelle, mentre ancora l’Allegranza, lo descriveva sormontato dalle statue dei santi Ambrogio, Francesco, Protaso e Gervaso. Anche per quell’opera l’Allegranza, poco incline, come tutti all’epoca sua, a gustare del fascino dei “primitivi”, usa l’aggettivo “rozzo”, né la letteratura più moderna si è abbandonata a giudizi entusiastici. Eppure, nel suo palese impaccio, l’opera rivela un artista sensibile e attento calato ormai nell’atmosfera narrativa del mondo gotico: lo dimostra soprattutto il gesto e il sorriso affabile della Madonna che muove il capo verso il compunto guerriero inscatolato nella sua armatura; lo dimostrano i volti attenti e partecipi dei santi patroni della presentazione; ed è anche artista che si studia di sistemare i gruppi con qualche risalto prospettico, se si bada alle minori dimensioni delle figure nelle formelle laterali.

Il “sant’Ambrogio che sconfigge gli ariani” di Ambrogio Figino, ora collocato nella terza cappella destra, era un tempo in una cappella del transetto destro. Il dipinto rappresenta una replica di quello ora conservato ai Musei Civici del Castello e che costituiva la pala d’altare della cappella del Tribunale di Provvisione di Milano. I due dipinti differiscono quasi solo nel timbro coloristico; la critica ha in genere ritenuto l’esemplare di S. Eustorgio una replica di bottega, 13 giudizio che appare troppo limitativo, anche se quello del Castello è sicuramente più vigoroso grazie, tra l’altro, a « tonalità coloristiche stridule e violente » e a un maggior effetto di controluce. Il dipinto del Castello, eseguito nel 1590/91, venne preceduto, come era consueto in Figino, da una nutrita serie di studi preparatori, dove si può rilevare via via il passaggio da una prima idea, ispirata ai disegni leonardeschi di figura su cavallo al galoppo o impennato, a quella, cara alla cinquecentesca iconografia imperiale, di eroe vittorioso sui barbari, a quella definitiva, che riprende una soluzione assai nota di Pordenone, e diffusa attraverso stampe. La soluzione pittorica di Figino tuttavia privilegia, più che l’effetto illusionistico, la carica drammatica della scena nella tensione del gesto del Sant’Ambrogio che travolge gli ariani e nel contrastato e intenso variare di luce e ombra. Malgrado lo sforzo che sempre affiora nei dipinti di Figi- no, è da rilevare l’impegno che so contraddistingue soprattutto nella produzione religiosa tarda in direzione di un linguaggio caricato e austero, da michelangiolista « riformato ».
I documenti di S. Eustorgio non menzionano questa pala, anche se è registrata già dalle guide secentesche.”

La morte del marito Daniele

Due anni dopo nel 1824 dobbiamo registrare la grave perdita del marito Daniele Ala Ponzone.

Tale circostanza aveva spinto Maria Ciceri alla rinuncia della sua posizione presso la Corte dei Viceré. Sempre dalla celebrazione contenuta nel necrologio della Ciceri-Visconti si legge: “…dalla Augusta Principessa onorata del titolo di amica, e la virtù stessa, che si era piaciuta di preparare così bel nodo, seppe anche stringerlo ed addoppiarlo così tenacemente, che mai non rallentò anche dopo che la Visconti Ala trovossi necessitata ad implorare la sua dimissione dalla carica”.
Ricostruiamo anche questo frangente sempre attraverso lo stesso necrologio. Queste le vicissitudini: “Una catena di sinistri avvenimenti si susseguirono. Sul cadere del gennaio del 1824 s’infermò di grave malattia il Marchese di lei consorte fino a far dubitare dei suoi giorni: afflittissima di ciò la buona moglie assistevalo instancabile, e vegliava intorno a lui gran parte anche della notte. La fisica di lei costituzione già gracile per sè fu dalle fatiche, e più dai patemi così affievolita, che mentre sembrava che la malattia del marito prendesse piega, cadde ella stessa affetta da febbre gastrica ostinatissima. Giaceva l’inferma travagliata dal morbo, quando ricadde il marito, e fu sì grave la ricaduta, che il 2 aprile, ridotto agli estremi, mancò. Si ebbe tutta la precauzione di occultare alla malata il caso sgraziatissimo, ma la mestizia, che mal celata traspariva sul volto de’ familiari… che fu necessario svelarle l’occorso… Passate alcune settimane si riebbe a stento…”

La collocazione dell'abitazione milanese degli Ala-Ponzone, "Strada Fatebenefratelli 1975" dove morì Daniele Ala Ponzone

A seguito del tragico evento, Maria Ciceri Visconti, si adoperò per ricordare il marito degnamente e operò per edificare un monumento a memoria del congiunto. Possiamo ricostruire la vicenda attraverso la documentazione, che è conservata nell’Archivio di Stato di Cremona. L’abitazione degli Ala-Ponzone era ubicata sulla “strada Fatebenefratelli n° 1975 a due passi dalla chiesa di San Marco. Il cimitero che competeva a quella parte di Milano era il Cimitero di Porta Comasina, indicato anche come “Cimitero della Mojazza”.

In realtà questa denominazione si rifaceva all’antico cimitero attivo a partire dagli anni Ottanta del Seicento. Un po’ per la particolarità del terreno, troppo umido, e un po’ per esigenze di spazio, il vecchio cimitero della Mojazza venne chiuso nel 1786. Dopo l’editto imperiale, del 1782, che vietava la sepoltura all’interno delle mura cittadine, il sito venne giustamente giudicato non più adatto.

Il Cimitero della Moiazza, nella collocazione originale e la collocazione del nuovo cimitero, divenuto di Porta Comacina dove fu sepolto Daniele Ala Ponzone

La nuova scelta indirizzò, nel 1786, il Comune di Milano ad acquistare dai Padri Minimi di S. Francesco di Paola della vicina chiesa di S. Maria alla Fontana un terreno poco distante. Il nuovo cimitero di Porta Comasina (poi Garibaldi) verrà aperto nel 1788, per accoglie i resti esumati dalle chiese e solo successivamente i defunti del sestiere. Il cimitero si estendeva principalmente sull’odierna area che copre il piazzale Lagosta, più porzioni delle attuali: viale Zara, via Pola, via Volturno e via Traù; l’entrata sorgeva ad ovest, ovvero consisteva in un vialetto (strada della Magna) accessibile da via Pietro Borsieri. Nel 1793 venne realizzata all’interno del nuovo cimitero una cappelletta. Il campo cimiteriale era caratterizzato da due viali che si incrociavano nel centro dove si alzava una colonna votiva. I morti venivano sotterrati senza una precisa regola. Le persone di censo più elevato avevano il privilegio di poter essere sepolte lungo il muro di cinta. Con l’apertura del Cimitero Monumentale, (1866) questo cimitero veniva chiuso, così come gli altri cimiteri presenti nei Corpi Santi. Riaperto in via provvisoria nel 1875, viene soppresso definitivamente nel 1895.

L'entrata del Cimitero do Porta Comasina, quando nel 1910 lo stesso era stato già dismesso.

Il monumento a Daniele Ala nel Cimitero di Porta Comasina

Prima di riprendere il nostro racconto, aggiungiamo una ulteriore curiosità. Tra le personalità sepolte in questo cimitero figurava anche Carl Mozart, secondo figlio di Wolfgang Amadeus, morto nel 1858. Fu proprio Carl ad impartire a Filippo, il figlio di Daniele, lezioni di pianoforte tra il 1820 e il 1824, come risulta da una ricevuta di pagamento della marchesa Maria Visconti Ciceri al Mozart, che si era stabilito a Milano nel 1805 dove aveva studiato musica con Bonifazio Asioli, futuro primo direttore del Conservatorio. Nella città meneghina trascorse il resto della sua vita al servizio dell’amministrazione asburgica Torniamo a Daniele Ala Ponzone. La moglie affidò il progetto per : ”…un Monumento sepolcrale al defunto suo marito… avendo trovato opportuno d’innalzarlo lungo il muro circondante il detto Campo Santo dalla parte di mezzo giorno… possibile anche come Monumento di famiglia…” all’architetto Francesco Peverelli. Dai disegni dello stesso architetto si ha notizia che il progetto fu approvato il giorno 11 novembre 1824, con l’indicazione: “si permette l’esecuzione sotto le prescrizioni Municipali e Sanitarie.

Sopra: Pianta del Cimitero di Porta Comasina, con l'indicazione della posizione del monumento di Daniele Ala. Sotto: Il disegno con le modifiche alla cinta muraria del cimitero per accogliere il monumento funebre

Il progetto prevedeva di realizzare il monumento abbattendo una parte della cinta del cimitero e in quello spazio, realizzare una nuova cinta, con andamento semicircolare, verso l’esterno del cimitero, per edificare all’interno del semicerchio il mausoleo. Lo spazio all’esterno del cimitero, che risultava di proprietà del marchese Camillo Carcano, fu donato dallo stesso e sia Maria Ciceri Visconti, sia il “co-tutore” del minorenne Filippo, erede di Daniele Ala Ponzone, Duca Carlo Visconti di Modrone, furono molto grati al donatore.  La collocazione all’interno del cimitero era così illustrata nella documentazione prodotta nell’occasione dalla “Congregazione Municipale della Regia Città di Milano”: “Il monumento isolato si deve situare in linea del muro di cinta di fronte all’ingresso del Campo Santo nello spazio di muro … il Monumento Giulini ex Podestà col lato di muro destro … forma risvolto verso mezzo dì …”.  Una serie di modifiche vennero suggerite dal Comune e finalmente l’Architetto Peverelli effettuava il “collaudo” dell’opera il 9 novembre del 1826 esprimendo che: “…ho riscontrato la piena corrispondenza coi Disegni di pianta ed alzati”. Il monumento era stato realizzato in “Pietra di Saltrio”.

Il progetto del monumento realizzato dall'architetto Francesco Peverelli

Non rimane che indicare l’iscrizione che troneggiava sul monumento funebre:

PREGATE IDDIO PER L’ANIMA
DEL MARCHESE ALA PONZONE
CIAMBELLANO DI S.M.I.R.A.
E DEPUTATO ALLA CONGREGAZIONE CENTRALE
PER LA CITTA’ DI CREMONA SUA PATRIA
MARITO E PADRE AFFETTUOSISSIMO
CONOBBE E FAVORI’ LE ARTI BELLE
MODESTO UMILE CARITATEVOLE LABORIOSO
AMICO LEALE GENEROSO SENZA POMPA
FECE LA MORTE DEL GIUSTO
IL 2 APRILE 1824. D’ANNI 55. MESI 6. GNI. 26
MARIA VISCONTI CICERI MOGLIE
E FILIPPO FIGLIO MINORENNE DOLENTISSIMI
PREGANO ETERNA PACE NEL SENO DI DIO
AL MARITO AL PADRE AMATO

Nuove nozze con Alessandro Neffzer

Lo stato di vedovanza si protrasse solo fino al novembre del 1825 con “il nuovo vincolo di matrimonio da sè contratto coll’egregio barone Alessandro Neffzer de’ Magnati di Ungheria”.
Non abbiamo notizie precise sulla figura di Alessandro Neffzer, al momento del matrimonio ha 43 anni mentre Maria Ciceri ne ha 39. Neffzer risultava essere un alto dignitario di corte, che serviva direttamente l’Imperatore d’Austria nei territori del Lombardo-Veneto. Frequentatore da tempo delle famiglia Ala-Ponzone che aveva conosciuto anche la madre la Baronessa Eleonora Hay.
Possiamo testimoniare dalle missive già segnalate i rapporti intercorsi tra Daniele Ala Ponzone e Alessandro Neffzer:
28 luglio 1820 “All’amico Neffzer gli testificherai i sentimenti della mia più cordiale amicizia.”

Lettera in cui Daniele Ala Ponzone esterna la sua amicizia verso Alessandro Neffzer

23 novembre 1820 “Ormai questa mia diviene gazzettino: dirai a Neffzer che ciò prova
il mio attaccamento alla sua patria, ed agli individui di tal Paese.”
5 agosto 1822 “… non che di quello del Barone, dietro la tua gita a Varese; e che teco siasi divertiti Neffzer e la Bisi”
13 ottobre 1822 “… Filippo sta benissimo: questa mattina in compagnia di Ximenez e di Neffzer è andato ad un balcone nel castello, per vedere la parata”

La morte di Maria Ciceri Visconti

La vita della coppia proseguì senza particolari accadimenti, che ci siano giunti, unica nota l’edificazione da parte dei due della Villa Neffzer Ala Ponzone nel 1931 da parte dell’architetto Biagio Magistretti in via Borgo Vico a Como, dove Maria Ciceri mori il 9 novembre 1833, mentre soggiornava in quella località.
L’amicizia che la legava con la Vice Regina Maria-Elisabetta di Savoja, si manifestò appieno nell’occasione: “Ricevuta la sconsolante notizia, degnossi la pia Principessa ordinare, che ad espiazione dell’anima della virtuosa amica, si celebrasse in Duomo una messa letta da requiem all’altare, ove si venera il corpo di S. Carlo, cui assistette in incognito con edificante pietà Essa in compagnia delle due Arciduchessine sue figlie maggiori”.
Nel testamento di Maria Ciceri, che risaliva al 1828, si ricorda il legato di 7000 lire annue in perpetuo da distribuirsi: per 1750 lire a favore dell’Ospedale Fatebenefratelli coll’obbligo di ricoverare i sacerdoti poveri di Turate, Cislago, Moirago, Caima ed Usmate, non che i fattori e le loro famiglie; per 2625 lire a favore dell’Ospedale Maggiore di Milano (che le dedicò un ritratto pittorico, opera di Giuseppe Sogni) coll’onere di ricoverare gli infermi poveri di Usmate, Turate, Moirago, e cascina Massina con preferenza dei cronici; per 1312.50 lire a favore dell’Ospedale di Como, che allo stesso modo dell’ospedale milanese l’anno successivo alla sua morte fece eseguire un ritratto, dal pittore Luigi Pedrazzi, di Maria Ciceri che stringe tra le mani una lettera in cui si intravedono parole di ringraziamento per la Congregazione di Como.

Il ritratto di Maria Ciceri Visconti, eseguito da Giuseppe Sogni per commissione dell'Ospedale Maggiore di Milano, per ricordare la benefattrice del nosocomio

Un ultimo lascito, per 1312.50 lire, fu destinato a favore dell’Ospedale di Novara. Ancora dal testamento: “Desidero che le mie spoglie mortali siano depositate presso quelle del mio defunto padre in chiesa di Nibbiola”. Nella chiesa della località della località citata, dedicata a Santa Caterina, Maria Ciceri veniva sepolta l’11 novembre 1833. La madre che gli era sopravvissuta volle ricordarla con una statua che oggi si trova all’interno dell’ospedale Fatebenefratelli, realizzata da Luigi Marchesi.

La statua che possiamo vedere all'interno del "Fatebenefratelli" di Milano. Opera dello scultore Luigi Marchesi, fu voluta da Laura Visconti, madre della defunta

Questa l’inscrizione del basamento:

LA MARCHESA MARIA ALA DI PONZONE/ NATA CICERI/ CHE MORENDO BENEFICIO’ QUESTO SPEDALE/ DI ANNUO GENEROSO LEGATO IN PERPETUO/ LA MADRE/ LAURA CONTESSA CICERI/ NATA VISCONTI DI MODRONE/ FONDATRICE DI ESSO/ PONEVA OH DIO L’ANNO MDCCCXXXIII/ A RICORDO DI AVERLA AVUTA NELLA PIA OPERA FIGLIA CONSENZIENTE

Maria Ciceri e l'amministrazione delle proprietà in Usmate

Maria Ciceri Visconti aveva continuato ad operare attivamente nella cura del suo patrimonio immobiliare incrementandolo, anche negli anni prossimi alla sua morte. Ricordiamo, per il territorio di Usmate e dintorni, l’importante acquisizione che risale al 1832 e che comprendeva buona parte delle proprietà che erano state di Giovanni Parravicini messe all’asta nel 1801, a seguito del disseto finanziario dello stesso.
L’elenco dell’asta si componeva delle seguenti proprietà: a Usmate 1000 pertiche tra terreni e immobili, a Velate oltre 1200 pertiche ed ancora a Cassina de Bracchi, con oltre 1300 pertiche, dove nella località Rimoldo, il Parravicini aveva un suo palazzo, quindi poco meno di 100 pertiche a Casatenovo per finire con 134 pertiche nel territorio di Lomagna.

La zona d’Impari basso nel 1894, quando al mulino era subentrato un’attività di “sbianca” dei tessuti, gestiti dalla famiglia Longhi, affittuari degli Ala-Ponzone. Questa mappa, con i relativi commenti, era stata redatta per dirimere una controversia sull’utilizzo dell’acqua tra gli Ala-Ponzone e i Gallarati-Scotti. Appena dopo il Mulino d’Impari si originava la “Roggia Scotti” che conduceva l’acqua sino alla Villa di Oreno. Nella mappa possiamo individuare altre proprietà della famiglia, come i "Prati Ala" e il "Fondo già G. Batt.a Cajmo", i cui beni saranno poi, per discendenza ereditaria, assegnati agli Ala-Ponzone.

La totalità di queste proprietà saranno aggiudicate a Carlo Sanchioli per 360000 mila lire. Nel 1802 il Sanchioli, che risiedeva ad Abbiategrasso, definisce uno scambio di proprietà con Gaetano Landriani (la famiglia Landriani di antichissima nobile discendenza, il cui ramo del Gaetano Landriano citato, proveniva da Bernareggio) che opera per conto della moglie Maria Francesca Gazzera. Il Sanchioli rileva tre possessioni prossime al territorio dove risiedeva e in cambio cede tutti gli acquisti fatti da Giovanni Parravicini ad esclusione del molino d’Impari che aveva ceduto a Giovan Battista Ravasi. La “provincia di Rimoldo ed uniti” ora detenuta da Gaetano Landriani, ad eccezione delle oltre 1000 pertiche di Velate, collocate in prossimità del Mongorio e il Mongorietto, vendute dallo stesso nel 1802 ai Belgiojoso-Giulini, s‘arricchirà nel 1808, quando il Landriani, che ora agisce come procuratore delle figlie, dopo la morte della moglie, acquista dal Ravasi il molino. Arriviamo al 1833 e queste proprietà, che risultano intestate alle sorelle Landriani e tra l’erede di una sorella defunta, quella Laura Solera Mantegazza che durante le Cinque giornate di Milano è ricordata per l’assistenza dei feriti, la raccolta di denaro necessario alla loro cura e l’organizzazione di un servizio di lettighe per il trasporto dei feriti. Ecco dunque che questo nucleo di persone attraverso una richiesta al Tribunale Civile di Milano mette all’asta due complessi con filatoi e filanda nel territorio di Oggiono e la così detta “Provincia di Rimoldo”, che si compone, in totale, di 1000 pertiche tra terreni e abitazioni, tra cui spiccano il Palazzo di Rimoldo e il Mulino d’Impari. Sarà Maria Ciceri Visconti ad acquisire la provincia di Rimoldo per la cifra di 595500 lire. Questi beni risultavano ipotecati a seguito di alcuni prestiti, che le sorelle Landriani avevano contratto negli ultimi anni. A tal proposito dopo la morte di Maria Ciceri, avvenuta nel 1833, sarà il figlio Filippo a saldare ai rispettivi creditori delle sorelle il dovuto, cifre che andranno a scomputo del prezzo pattuito per la vendita.

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