Gli Ala-Ponzone di Usmate

Gli Ala-Ponzone di Usmate

Prima parte

Una lunga storia

Un viaggio a ritroso nel tempo, fino alla metà del Cinquecento, raccontando le vicende e i personaggi, della famiglia Ala-Ponzone e delle altre dinastie che l’avevano preceduta.

L'Asilo "Fracaro" in un disegno di Iginio Gatti

L’edificio che oggi ospita il “Polo d’infanzia Federico e Giuditta Fracaro”, genitori di Giovanni Fracaro, che aveva presieduto l’Ente, in passato era stata la villa di vacanza della famiglia Ala-Ponzone. Ora, attraverso quel viaggio che ci siamo prefissi di compiere racconteremo di questo luogo e delle altre proprietà in Usmate e paesi limitrofi, del patrimonio della famiglia Ala-Ponzoni e delle altre dinastie che l’avevano preceduta. Siamo nel novembre del 1923 quando l’Ente asilo di Usmate, acquista la Villa Ala-Ponzone e il suo parco. A vendere la “Regia Scuola Ala Ponzoni di Cremona” che Paolina Ala-Ponzone, aveva istituito erede dei suoi beni, la nobildonna riservò, inoltre, un legato di 250.000 lire all’Ospedale Maggiore di Milano, che era stato in passato beneficiato anche dalla nonna Maria Ciceri Visconti.

Paolina Ala Ponzone

Nata a Napoli il 31 gennaio 1843, coniugata con Federico Cimino di Valenzano, morì a Cremona 26 novembre 1923. La marchesa Paolina Ala Ponzoni fu fervente patriota durante la Grande Guerra, si dedicò all’assistenza dei soldati feriti, elargendo premi in denaro ai più valorosi. Con il testamento olografo del 20 novembre 1921 istituì erede la Regia Scuola Ala Ponzoni di Cremona e riservò un legato di 250.000 lire all’Ospedale Maggiore di Milano, che era stato in passato beneficato anche da una sua ava, la contessa Maria Visconti Ciceri. Nello stesso anno Paolina Ala Ponzone, già ultrasettantenne, decise di dirigersi verso la città di Cremona, luogo d’origine della sua dinastia, per parte del padre. Un ritorno alle origini dismettendo gran parte delle proprietà che aveva in Lombardia, patrimonio che risaliva invece ai beni materni, tra cui anche quelle nel nostro territorio. Importante quanto riportato su una pubblicazione datata 1951 relativa alla storia del comune di Nibbiola, località del basso novarese dedita alla coltivazione del riso. Qui gli Ala Ponzone avevano vaste proprietà acquisite dal ramo Bagliotti, di cui parleremo prossimamente, e dove già erano stati sepolti, il bisnonno di Paolina, Filippo Ciceri Visconti Bagliotti, poi la nonna, Maria Ciceri Visconti Ala Ponzone, sua sorella Maria e dove aveva voluto fosse sepolto anche il padre, assecondando le volontà testamentarie del genitore, nel 1885. Ecco che in quel 1821 Paolina Ala Ponzone vende tutti i suoi averi, tra cui anche il castello posseduto in questa località e riesumate le spoglie dei suoi cari le trasporta a Cremona dove due anni dopo morirà. Oltre alla tarda età, tra le motivazioni della scelta l’estensore del libro, Don Ernesto Colli, accenna a “tempi turbolenti” e ricorda così la generosità della contessa: “… nel breve soggiorno al castello avito, quando andava a messa S. Caterina (dove era sepolta la nonna), lanciava larghe manciate di marenghini d’oro che i ragazzi del paese si acciuffavano per raccogliere, com’essi raccontano con tanto piacere”.

Paolina Ala Ponzone in un ritratto del pittore Mario Biazzi

 Il ritratto, appena proposto fu affidato al cremonese Mario Biazzi: il pittore, in quegli anni apprezzato ritrattista, si avvale di un registro tonale molto scuro, oggi anche annerito dal tempo, attraverso il quale il volto emerge con efficacia, nel tentativo di approfondire la resa psicologica del personaggio.

Paolina era la figlia di Filippo, morto a Baden Baden nel 1885, da cui aveva ereditato le proprietà. Personaggio che merita attenzione; Filippo non fu un assiduo frequentatore della dimora usmatese, tanto che la stessa pare sia stata abbandonata alla morte della madre di Filippo, Maria Ciceri Visconti nel 1833. Il padre Daniele Ala-Ponzone era morto ancora prima, nel 1824, e le proprietà, vista la giovane età di Filippo, furono gestite dalla madre e successivamente dal prozio Carlo Visconti di Modrone. 

Monumento funebre a Filippo Ala Ponzone nel cimitero di Baden Baden in Germania. Nel riquadro la firma dell'autore L. Broggi

Filippo Ala Ponzone

Lo scultore Dupré, che ebbe modo di frequentarlo, e a cui Filippo Ala-Ponzone, commissionò diversi lavori, usava descriveva in questi termini il marchese: “figura inquieta, d’umore mutevole e malinconica”. Il marchese ebbe modo di vivere in diverse città oltre Milano, dove era nato nel 1814, e cioè Napoli, Roma, Genova e ancora Parigi, ed infine Baden Baden, dal 1872 sino alla morte e nel cui cimitero è conservato il monumento funebre proposto nell’immagine.

Biglietto da visita di Filippo Ala Ponzone

Qualche dubbio sulle ragioni del monumento funebre in Baden Baden, il corpo di Filippo Ala Ponzone non fu sepolto lì. Rifacendosi alla cronaca di Don Colli, riportata nel già citato volume “Nibbiola nella storia” ricorda che Filippo: “Morì a Baden-Baden in Germania il 25 marzo 1885 ed il suo cadavere, rivestito in alta uniforme da cavaliere con spada, venne trasportato ed inumato nel nostro cimitero, (Nibbiola) accanto ad una sua figlia defunta, (si tratta della figlia Maria morta nel 1866) il 5 giugno 1885.”  Ipotizzare che il monumento del cimitero tedesco fosse servito nell’arco di tempo tra marzo e giugno, è un poco azzardato vista l’importanza dell’opera eseguita e i tempi necessari per la sua realizzazione. Il lavoro è firmato da L. Broggi riconducibile, probabilmente, a Luigi Broggi, architetto milanese, autore di opere analoghe. 

Il periodo napoletano

La nascita delle tre figlie e la formazione della inestimabile collezione d'arte

Il periodo napoletano di Filippo Ala Ponzone si caratterizza in modo speciale per la nascita delle sue tre figlie, nell’arco di cinque anni. Le tre figlie naturali, Paolina, Adele e Maria, nacquero rispettivamente nel 1843 a Napoli e nella prossima Portici nel 1847 e 1848. La madre risultava essere la ex-guardarobiera di casa Ala-Ponzoni, Luigia Biraghi. Una pagina sentimentale importante della vita di Filippo, dai contorni non svelati, come del resto buona parte dell’esistenza dell’uomo. L’informazione della maternità si ricava dal testamento di Filippo, scritto nel 1858 a Genova, e su cui torneremo più avanti, e nella cui circostanza riconosce come sue, le tre figlie. Proponiamo, per ora, il passo del testamento che ci interessa:

“Nomino mie eredi universali le Sig.ne
Paolina, Adele e Maria Biraghi e
figlie alla Signora Luigia Biraghi
mia ex Guardarobiera, e mie figlie
naturali, che in questo atto solenne della
mia vita dichiaro essere figlie mie, co-
me per tali le ebbi sempre, e come suo
Padre fui sempre da esse riconosciuto ed
amato. Voglio che tutta la mia sostanza
vada fra queste tre bambine cioè Pao-
lina, Adele e Maria Biraghi divisa
scrupolosamente in parti uguali”.

 A proposito delle tre figlie, sappiamo che il marchese aveva commissionato a Vincenzo Vela, attivo in Velate per le sue statue nell’Oratorio San Felice, un lavoro che raffigurava in gruppo le ragazze. La scultura in marmo non fu mai realizzata e il modello in gesso è oggi conservato al Museo Vela di Ligornetto. Vediamo nel dettaglio come andarono le cose.

Il gesso conservato nella "gipsoteca" a Ligornetto, che ritrae le tre figlie di Filippo Ala Ponzone. Dall'immagine si può apprezzare la dimensione del modello e sulla destra un primo piano dell'opera.

Iniziamo col citare la nota che caratterizza l’opera proposta nell’ambito del “Museo Vela”, appunto di Ligornetto, dove è custodito il “gesso”: “Tre bagnanti” che ritrae, a grandezza naturale, le figlie del marchese Ala Ponzone, colte ai bordi dell’acqua nell’imminenza di bagnarvisi… Vela cita qui il mitologico “Bagno di Diana” delle Metamorfosi di Ovidio in cui il mitico cacciatore Atteone si fa spettatore del bagno della dea, come noi lo siamo oggi di quello delle tre bellissime ragazze.

E’ Giovanni Duprè, scultore e autore di diverse committenze per Filippo Ala, che nel suo volume “Ricordi autobiografici” del 1886 ricostruisce la vicenda della statua del Vela mai “tradotta in marmo”.  Il marchese aveva commissionato una statua, nota infine come “Ninfa del deserto” o anche “Ninfa Lombarda”, allo scultore Lorenzo Bartolini e dopo la morte dell’artista, avvenuta nel 1850, senza che la statua fosse finita, l’incarico passò all’allievo Giovanni Dupré, che così ricostruisce gli eventi. “In questo tempo ebbi la commissione di terminare in marmo due statue del Bartolini, che aveva lasciate senza finire: cioè la “Ninfa dello Scorpione” per l’Imperatore di Russia, e la “Ninfa del Serpe” pel marchese Ala-Ponzoni di Milano”.  Lo scultore prosegue col dire di una altra statua commissionata da Filippo Ala, un putto dormiente “Il Sonno dell’innocenza”. Il lavoro non soddisfaceva il marchese, che comunque era intenzionato ad onorare il suo impegno, infine visto che lo scultore, a sua volta, non voleva per amor proprio, accettare questo ripiego, si concretizzò la proposta di Filippo Ala di commissionare allo scultore una nuova opera. Il Duprè racconta che la scultura doveva rappresentare: “… i ritratti di tre suoi figli piccoletti e gentili; poi non ne seppi più nulla”. La storia ebbe un seguito, come continua il Dupré: “Un giorno, essendo in Torino e trovandomi nello Studio del Vela, ove io m’ero recato per visitarlo, vidi un gruppetto di ritratti di tutta figura molto grazioso, come suole e sa fare quel valentissimo artista. Dimandai: Chi sono queste care creature? Sono i figli del marchese Ala, mi rispose il Vela; è già qualche tempo che m’ha ordinato questo lavoro e non si è fatto più vivo; ho scritto tante lettere e non risponde nulla, e non so che, pensare.
Allora gli raccontai l’affare del mio putto dormiente e della promessa del gruppetto a me. Il Vela rispose meravigliato e un po’ dispiacente, ma dacchè egli aveva avuta la commissione e il modello era in gesso, fini col pregarmi di parlare al Marchese, onde egli potesse compiere quel lavoro. Ignoro se il Vela abbia poi posto in marmo quel gruppo”.

La storia non finisce qui, tanto che lo stesso Duprè chiese poi conto, circa gli accordi con il Vela, a Filippo Ala Ponzoni che smentì lo scultore ticinese. Ancora Dupré: “Or son pochi giorni vidi qui al mio Studio il marchese Ala e m’assicurò ch’ei non aveva data commissione al Vela di quel lavoro, sibbene gliene aveva parlato, ma non altro”.

A proposito di questi atteggiamenti, dir poco strani del marchese, Dupré dopo averne ricordato un altro, che riguardava un suo lavoro, la cui consegna e pagamento, svelano aspetti improbabili, ma tuttavia documentati, spende queste parole di comprensione e stima verso Filippo Ala Ponzone: “… il Marchese andava soggetto a lunghissimi periodi di malinconia, che gl’impediva di poter pensare a qualsiasi cosa… Peccato che quel nobilissimo signore fosse cosi spesso afflitto da quella malattia! Egli era ed è uno dei più intelligenti e splendidi mecenati. I primi pittori e scultori italiani e stranieri avevano concorso per rendere la dimora di lui splendida e invidiata per oggetti d’arte”.

Nel periodo 1842-1843 Filippo Ala Ponzone acquista nel napoletano il Castello di Castellamare dei Stabia e del suo feudo. 

Che il marchese avesse fissato una stabile residenza napoletana sembra confermata da una richiesta, datata aprile 1842, per importare “41 quadri di autori viventi e di pittori moderni Italiani non che sei statuette e mezzi busti di marmo di Carrara coll’obbligo di riesportarli, offrendo per garanzia dell’esportazione la casa di commercio Carlo di Lorenzo e Compagni.” Nell’agosto, dello stesso anno replicava la richiesta per 40 quadri. Questo fa pensare che a queste date si fece spedire la sua collezione da Milano, dove aveva già acquistato diversi quadri alle esposizioni di Brera degli anni Trenta. Sempre in questo periodo sono da ricondurre altre opere che commissionate da Filippo Ala per le esposizioni citate, seguirono per un certo tempo gli spostamenti del marchese, senza tuttavia, alla sua morte, essere ancora in possesso dell’Ala. Citiamo “La comunione” di Giuseppe Molteni (esposta nel 1841), un bassorilievo raffigurante “La Pietà” di Gaetano Manfredini (esposto nel 1843) e altre vedute di Giuseppe Canella e Giuseppe Bisi.

Andando a quanto riportato sulla rivista “Napoli nobilissima”, in un numero del 2018 il professore Almerinda Di Benedetto, nel disquisire sulla statua realizzata da Tito Angelini “Baccante”, fornisce interessanti informazioni su Filippo Ala Ponzone e il suo rapporto con artisti dell’epoca, durante il suo soggiorno napoletano: “…  il marchese Ala Ponzone, uomo inquieto e girovago, capriccioso ed esigente. Noto è il prestigio della sua collezione così come anche il soggiorno documentato a Napoli almeno tra il 1842 e il 1848, durante il quale fu artefice di commissioni importanti e intrattenne rapporti con gli artisti più accreditati del tempo, da Hayez a Mussini fino a Massimo D’Azeglio, promuovendo i migliori tra i napoletani, e fra questi Giuseppe Mancinelli”. L’opera “Baccante”, di cui parla il professore, fu eseguita in più copie dallo scultore Tito Angelini, tra i committenti si annovera anche Vittorio Emanuele, statua che Angelini porterà a termine nel 1863. Tuttavia fu di Filippo Ala Ponzone la prima versione della statua “Una Baccante, al vero, per il marchese Ala Punzone”. Della Baccante Ala Ponzone non si hanno notizie circa la sua ubicazione, e non vi è traccia di essa nelle opere donate dal marchese con legato del 1889 alla Pinacoteca di Brera.

Sull’opera ancora dalle parole del Di Benedetto: “L’idea di commissionare una scultura al vero al nostro Angelini nacque dunque durante gli anni della residenza napoletana… inserendosi ad agio nel filone sensualistico della collezione. L’epoca della prima redazione della Baccante va fissata tra il 1843 e il 1848. Tuttavia, circoscrivendo con maggiore precisione la data di realizzazione, va supposto che il marmo rientri in una delle prime commissioni del marchese Ala Ponzone, poiché nel numero del 14 gennaio 1843 del “Poliorama pittoresco”, nell’elenco di opere di Angelini aggiornato a quella data, compare, ultima della lista, una Baccante “al naturale”. Questa circostanza avvalora l’ipotesi di una commissione giunta dunque tra il ’42 e il ‘43, quando Ala Ponzone era arrivato a Napoli da poco”.

L'opera "Baccante" eseguita da Tito Angelini in una riproduzione che risale al 1865

La collezione di Filippo Ala durante il suo soggiorno a Napoli si arricchì di alcuni quadri di Francesco Hayez, vediamone le modalità.

Sempre a firma del professore Di Benedetto, così inquadra Filippo Ala Ponzone motivando le scelte dei due soggetti commissionati all’Hayez: “Le scelte di Ala Ponzone, rispecchiano l’indole inquieta e vitalistica del marchese poiché, se da un lato confermano l’aggiornamento su temi contemporanei e la sponsorizzazione di artisti nuovi in linea con le pulsioni patriottiche che lo animarono dall’altro rivelano un’inclinazione di gusto verso un sensualismo naturalistico in grado di assecondarne il compiacimento estetico.
Rispondono a queste coordinate certamente i due dipinti commissionati a Francesco Hayez, la Malinconia, giunto a Napoli nel 1842, e soprattutto la Betsabea al bagno del 1845 nel quale il pittore seduce l’osservatore coniugando l’elemento mitologico con le suggestioni esotiche”.

Iniziamo con il quadro “Malinconia” che L’Hayez aveva iniziato a Roma intorno al 1840  e che giunse a Napoli via mare il 21 febbraio del 1842. Le sensazioni di Filippo Ala furono entusiastiche, come si coglie da una lettera inviata dallo stesso all’Hayez.

         

          All’Esimio Artista il Pittore Francesco Hayez
          Professore dell’I. M. Accademia di Belle Arti in
                                                                Milano

      Carissimo Hayez

Roma 31. Marzo 1842.

        Finalmente eccomi ad esprimerle tutta la mia
riconoscenza per la figura della Malinconia, che mi
fa ripeterle con tutto il sentimento un grazie, in tutta
l’estenzione del termine.
        Stavo sulle mosse per venirmene a Roma all’occa-
sione della Settimana Santa, ma no voleva partire
senza aver prima veduta la sospirata Malinconia,
quando la seppi giunta il Lunedì 21. a bordo del
Vapore la M. Cristina, e solo il Martedì a Mezzogiorno
a grandi stenti potei ammirarla, ed entusiasmarmi
in quella bella ed espressiva figura, che non solo incan-
tò me, ma mosse le lagrima ad alcuni miei amici
che la videro appena scassata. Non sono esagerazioni
è il puro fatto che le racconto, e che è per me quasi
un bisogno di farglielo sapere. Lo stesso giorno partii
per Civitavecchia, ed eccomi perciò da otto giorni in questa
Roma dove non ebbi ancora il tempo di scrivere, sino
a questo istante, e perciò non le mandai prima il
mio grazie. A tutti dico che Hayez mi fece un vero
regalo con quella figura, e che è veramente degna
del primo pittore che abbiamo ora in Italia almeno
secondo la penso io.
        Per sua tranquillità le dirò che giunse sana, e senza

nessun guasto di sorta…

Quadro "Malinconia" di Francesco Hayez

Questa la descrizione del quadro nella scheda redatta della Pinacoteca di Brera dove l’opera giunse nel 1889 per donazione testamentaria del marchese Ala Ponzoni: “… è intessuta di riferimenti coltissimi alla tradizione pittorica italiana ed europea: dalle riflessioni sulla pittura veneta del Cinquecento esemplificate dalla trattazione della veste, che riporta agli effetti materici di Savoldo e Tiziano, alla citazione delle nature morte fiamminghe… l’opera divenne popolare per la straordinaria qualità pittorica e per il valore emblematico che l’ha resa il simbolo dell’inquietudine del Romanticismo. Il soggetto rientra nella tipologia delle mezze figure, ispirate alle Sibille e alle Cleopatre della pittura emiliana del Seicento, che Hayez rielabora dando maggiore risalto agli stati d’animo: anche i fiori appassiti ricordano lo sfiorire delle cose umane.

L’Hayez nelle sue memorie così ricorda il quadro: “La Malinconia era rappresentata da una giovane donna del Medioevo, che presa da un sentimento d’amore, sta in una posa abbandonata, che nonostante la passione per i fiori, da essa raccolti in un vaso, tenendone uno in mano che forse le ricorda la persona a lei cara, tiene alquanto china la testa, per meglio nutrire il pensiero che la domina, non curante tutto quello che le sta intorno, e gli abiti stessi che le cadono da una spalla, lasciando vedere parte del petto. L’abito è di raso celeste carico ch’io credetti adatto al soggetto, anche perché contrapposto alle tinte vive dei diversi fiori, ch’io presi tutti dal vero con cura coscienziosa”.

Quello stesso anno il marchese Ala chiese all’Hayez un altro dipinto, senza indicare la scelta del soggetto, ma mettendo l’accento sulle dimensioni, che dovevano essere considerevoli. Nacque così il “Francesco Foscari destituito”, che verrà esposto, nel 1844, alla mostra di Brera, per poi giungere nella dimora napoletana di Ala Ponzone.

Questa la descrizione ricavata dalla scheda dal “Catalogo Generale dei Beni Culturali”

Tra le opere capitali di Hayez e capolavoro della pittura storica ottocentesca, il dipinto precede di pochi mesi la prima al Teatro Argentina di Roma, dei Due Foscari di Giuseppe Verdi. Nel dipinto prevale un effetto di grandiosità scenica, ottenuto dilatando il numero dei personaggi, contrapposti nei due gruppi degli oppressi e degli oppressori (Loredano e i suoi fedeli, a destra), spostando così il dramma da una dimensione eroica individuale ad un piano di trascinante tragedia corale. La sconfitta del doge e del suo modo di intendere più umanamente il potere, viene resa ancora più commovente dalla partecipazione diretta dall’artista, che ritrae se stesso nei panni del protagonista. La genesi del dipinto è documentata dai disegni a matita per la figura del doge e per l’insieme. Il soggetto è tratto dall’omonimo dramma di Lord Byron.

"Francesco Foscari destituito" di Francesco Hayez

Il dipinto fu sistemato dal marchese, tra due quadri del pittore Mancinelli, gesto che mostrava una certa attenzione alla produzione artistica napoletana. I quadri nel tempo commissionati a Mancinelli risultano essere: nel 1844 una replica del “Tasso legge il suo poema alla presenza di Alfonso, duca di Ferrara”, esposto nella Biennale borbonica del 1841; nel 1847 “Gli amori di Leda”; nel 1848 una replica del “Rubens a Whitehall”.

Ancora a proposito del dipinto “Francesco Foscari” il giornalista e critico Opprandino Arrivabene, che si trovava a Napoli quando lì giunse il quadro, destinato a casa Ala, così scriveva in una lettera all’Hayez: “… questo è per me il suo miglior lavoro… E’ una consolazione vedere che in Italia si dipingano ancora quadri, come questo suo… Il suo quadro è già stato veduto da parecchi artisti Angelini, Smargiassi, De Napoli e Niccolini Presidente dell’Accademia, che ne rimasero meravigliati… E’ inutile ch’io le dica quanto Ala sia contento del quadro, giacchè tra pochi giorni lo udrà dalla sua bocca medesima.”

Altro dipinto finito nella collezione di Filippo Ala Ponzone, ancora dell’Hayez è la “Betsabea al bagno” del 1845,  il pittore seduce l’osservatore coniugando l’elemento mitologico con le suggestioni esotiche, anche questo dipinto è stato donato all’Accademia di Brera dal marchese, opera poi passata  alla Pinacoteca. Il quadro è una copia, in dimensioni minori, della tela dipinta nel 1834.

"Betsabea al bagno" di Francesco Hayez

L’elenco dei quadri raccolti da Filippo Ala Ponzoni  durante gli anni trascorsi a Napoli si completa con “Attendolo Sforza” di Massimo d’Azeglio, di cui riferiva nel 1845 Opprandino Arrivabene, nella lettera citata inviata a Francesco Hayez dicendo di averlo visto in casa di Filippo Ala.

Passiamo ai fratelli Mussini, Luigi e Cesare, entrambi pittori. Di Luigi  “Il Trionfo della Verità“, (nella scheda, al link, si trova erroneamente l’indicazione di Sigismondo Ala Ponzone, invece di Filippo che commissionò l’opera)  opera commissionata e acquistata ancora incompiuta da Ala Ponzoni, che poi chiese al pittore di seguirlo a Napoli, era il 1847, dove Luigi Mussini stette fino alla primavera dell’anno successivo  per terminare il dipinto. Durante la sua permanenza  presso Filippo Ala, Luigi scrisse al fratello Cesare circa la sua intenzione di eseguire il ritratto di una delle tre figlie dell’Ala Ponzone, non sappiamo se la cosa poi si concretizzò.  Lo stesso Cesare eseguì due dipinti per il marchese Ala:  “Raffaello e la Fornarina” e “Francesco I e la bella Ferronière“. Opera di Francesco Podesti sempre su commissione di Filippo Ala “I novellatori del Decamerone“. Ancora due fratelli i Bisi: Luigi fu l’autore del quadro “Interno della Certosa di Pavia“, del fratello Giuseppe, “I lombardi alla prima crociata” e “Temporale” .

Moti rivoluzionari

Prima guerra d'Indipendenza, Repubblica Romana

Fu in seguito alle vicende politiche del 1848, (Cinque giornate di Milano) e ai moti che portarono alla formazione della Repubblica romana, che videro Filippo Ala partecipe, che il marchese arrivò a Genova, nel 1849, come emigrato politico, dove continuò la sua opera distinguendosi come finanziatore di Mazzini.

Da ricordare in questo periodo come Filippo Ala oltre che finanziatore della causa mazziniana fu organizzatore della Commissione di soccorso agli esuli o stranieri privi di mezzi istituita il 19 dicembre 1848 per aiutare i rifugiati a Roma; dirigente del Comitato di soccorso pro emigrati creato il 6 gennaio 1850.
Nel 1848 gli austriaci sequestrarono a Filippo gran parte dei beni accusandolo di non aver aderito alla contribuzione straordinaria di guerra pretesa dal Governo austriaco nel novembre 1848. In seguito una trattativa diplomatica ed un esborso finanziario permisero al marchese Filippo di ritornare in possesso dei beni.
Ancora nel 1851 l’Austria ritornò a pretendere dall’Ala il pagamento del Prestito nazionale, ma egli fu in grado di dimostrare di essere diventato cittadino sardo con un decreto di Vittorio Emanuele II del 14 agosto 1854 e a cui il marchese, con altro documento, dimostrava di avere accettato le norme dello Stato di Sardegna.

Genova e il progetto del museo

Filippo Ala, come riportano documenti conservati nelle cartelle della Prefettura di Genova, giunse nella città accompagnato dal giornalista e critico Arrivabene ed un certo pittore Tarchioni. Nella città ligure ottenne un passaporto per i Regi Stati sardi, concessogli da Massimo D’Azeglio, in questo caso esponente politico.

La sua presenza a Genova risulta documentata a fare data dal 1852, quando acquista dodici azioni della Società Promotrice genovese, acquistando poi undici opere all’annuale esposizione da essa organizzata, spendendo 4960 lire, pari a quanto avevano speso il Governo e compratori privati. Le sue scelte si orientarono, in quell’anno, soprattutto verso il paesaggio e le vedute, a cui aggiunge qualche opera di genere.

L’elenco completo delle opere comprate nel 1852 comprendeva: “Gesù che predica alle turbe” e “Paese” di Giuseppe Camino, “Veduta presa dall’Isola d’Elba” di Carlo Markò, “Ritratto di pastorella” di Bonaventura Marcato, “Paese” di Federico Ashton, “Interno di San Marco a Venezia” di Carlo Canella; “Copia da Paris Bordone” di H. Berg; “Casa di Tiziano a Pieve di Cadore”, di Leopoldina Zanetti Borzino, “Santa Maria del Rosario”, “Veduta di Vicenza” e “Veduta della riva delle Zattere” di Orsola Licata, “La vedova dell’artigiano” di Carlo Ademollo. Altri acquisti di quel periodo sono: “Francesca da Rimini” di Giuseppe Frascheri e la commissione a Santo Varni della statua di “Laura al bagno” che sarà poi realizzata nel 1858, pagata dal marchese 8000 lire.

La presenza di Ala Ponzone a Genova diventa più stabile nel 1853, anno in cui è ammesso fra gli accademici promotori della Ligustica e soprattutto per l’acquisto della villa Durazzo di Cornigliano. Abitazione venduta da Bendinelli Durazzo con «tutti gli effetti mobili» e cioè quadri, tra cui dieci dipinti del Canaletto, mobili, oggetti e soprattutto il Museo di Storia Naturale, per una cifra totale di 730.000 lire.

Nella nuova dimora, Ala Ponzone voleva forse dare avvio al progetto di “radunare il suo museo, la sua pinacoteca” nel capoluogo ligure. Oltre alla villa Durazzo sono ricordati soggiorni a Genova, presso l’Albergo Croce di Malta, frequentato da personaggi come Stendhal, Flaubert, Michelet, Melville e Mark Twain. Nello stesso luogo continuò le sue relazioni con gli ambienti politici degli esuli ed dei repubblicani. Si ricorda inoltre che il marchese fu socio effettivo della Società Ligure di Storia Patria dal 1858 al 1864 e socio contribuente della Società Economica di Chiavari dal 1864 al 1867.

L’attività di collezionista proseguiva senza sosta, attraverso acquisti e ricevendo come premi per il suo mecenatismo altre opere d’arte.

Nel 1852 abbiamo notizia di incarichi a diversi artisti locali, per fornirgli repliche di loro opere. Nel 1853 in una mostra tenutasi nel Ridotto del Teatro Carlo Felice, su dieci quadri esposti, otto erano stati commissionati da Ala Ponzone. Nello stesso anno, Francesco Gamba eseguiva tre “Marine” per il marchese. Poi durante l’annuale manifestazione espositiva organizzata dalla “Società Promotrice”, di cui Ala Ponzone era tra i principali azionisti e sarebbe rimasto tale fino al 1863, si aggiudicava, in un’estrazione  fra i soci, il quadro “Costumi della Briga” di Giacomo Ulisse Borzino. In seguito con le stesse modalità entrarono nella sua collezione: “Ricordo della campagna romana” di Scipione Carignani, “I pifferari” di Francesco Gandolfi, “Piante” di Giberto Borromeo Arese e “Paese” di Jean-Charles Ferdinand Humbert, nel 1855. Ancora nel 1857 “L’addio alle Alpi” di Salvatore Mazza,  nel 1858, “L’apoteosi dell’Ariosto” di Nicolò Barabino; e nel 1860 “La mestizia” di Francesco Canella.

Proseguiamo con il lungo elenco di opere volute da Filippo; ricordiamo nel 1855 la richiesta a Santo Varni, di realizzare i quattro busti, oggi dispersi, delle “Donne dei poeti”, cioè Beatrice, Laura, Eleonora e Ginevra, completati poi nel 1858. Abbiamo notizia che questa commissione abbia comportato una trattativa sul compenso per lo scultore, abbastanza articolata. Da una iniziale richiesta, avanzata dal Varni, di  12.000 lire totali, sembra si scendesse ad una cifra totale di 2000 lire, cioè 500 per ogni busto.

Sempre in quell’anno, Filippo Ala commissionò al  genovese G.B. Villa, allievo del Varni, una statua del David, il cui modello era stato premiato in quell’anno, con medaglia d’oro, all’esposizione dell’Accademia Ligustica.

Sempre in quel periodo, sono documentati rapporti di Filippo Ala Ponzone con artisti extra locali. Segnaliamo i contatti con i pittori Eugenio Agneni e Carlo Arienti. Fatto saliente, sempre nel 1858, l’acquisto di ben sessanta opere fra dipinti, sculture, acquerelli e miniature, con un esborso totale di 37.470, alla Promotrice di Torino. Nella scelta delle opere è forse possibile individuare una predilezione per i temi allegorici a sfondo politico, tra questi  “Giovanni Huss in carcere a Costanza” di Enrico Gamba, “Colombo in catene” di Francesco Gonin,  “L’arresto di Arnaldo da Brescia” di Alfonso Barbavara.

A partire dal 1858, i soggiorni di Ala Ponzone a Genova cominciarono ad essere più saltuari. Ancora in quell’anno il marchese decise di dettare il suo testamento, che non fu più modificato in seguito e dunque alla sua morte si diede seguito a queste sue volontà. 

Sono ancora da ricondurre al periodo della sua vita trascorsa a Genova l’acquisizione di altre opere. Nella villa di Cornigliano, in quel periodo, risultavano presenti qualcosa come oltre 400 quadri di artisti importanti. E’ difficile ricostruire un inventario credibile, possiamo tuttavia elencarne alcuni: 

Un dipinto raffigurante “Raffaello e la Fornarina”, del  ligure Francesco Gandolfi, datato Genova 1854, una statua in marmo di “Dante Alighieri”, autore Giuseppe Molinari. Poi ancora il “Profeta Geremia” dell’Arienti e “l’Odalisca” di Luigi Mussini del 1862

In seguito, atti notarili del 1860, 1861 e 1864 segnalano la presenza di Filippo Ala Ponzone a Parigi.
Nel 1864 l’abbandono del progetto di stabilirsi a Genova quando il marchese diede incarico al suo agente di cedere in affitto la villa di Cornigliano ai Savoia, che l’acquistarono nel 1865, per la stessa cifra che Ala Ponzone aveva pagato ai Durazzo nel 1853, e cioè 730.000 lire. La villa fu ceduta in affitto per la villeggiatura di Odone Savoia, figlio quartogenito del primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II, per gli anni 1864 e 1865 completamente ammobiliata. Che il marchese avesse ormai deciso di lasciare Genova sembra anche dimostrato dal fatto che nel 1864 egli non risulta più né fra i soci promotori della Ligustica, né fra i soci della Promotrice.

A proposito della vendita fatta ai Savoia, soltanto gli “effetti mobili” già appartenuti ai Durazzo, e fra questi il Museo di Storia Naturale, passarono ai nuovi proprietari: il marchese lombardo, all’epoca già residente a Parigi, aveva infatti dato disposizioni affinché tutti gli oggetti di sua proprietà fossero esporti in Francia.

Negli anni tra il 1848 e l’Unità d’Italia, ci giunge la notizie di alcune cariche politiche occupate da Filippo Ala; primo deputato per il Comune di Usmate, 1848-1850; consigliere comunale di Cassina de’ Bracchi e Usmate, 1860; sindaco di Usmate, 1860. Difficile dire se abbia mai espletato con la sua presenza a queste cariche in maniera continuativa.

Parigi ed infine Baden Baden

Ancora più difficoltoso, di quanto fatto finora, è ricostruire gli anni in cui Filippo Ala Ponzone, visse a Parigi e a Baden Baden. Oltre a qualche accenno già fatto nel racconto, possiamo riferirci ai documenti di contabilità conservati nell’Archivio della famiglia a Cremona, quali “Conti e fatture per spese effettuate da Filippo Ala Ponzone prevalentemente a Parigi” per il periodo 1866-1872. Altrettanto per l’ultima parte della vita di Filippo Ala, l’archivio di famiglia ci restituisce “Conti e fatture per spese effettuate da Filippo Ala Ponzone prevalentemente a Baden Baden” anni 1872-1874, 1876, 1878-1880, 1884.

Ancora per gli anni parigini da una lettera inviata dal pittore Mussini al conte H. Delaborde il 28 novembre 1864  sappiamo delle cattive condizioni economiche in cui versava l’Ala Ponzone; all’epoca nella capitale francese, dove aveva fatto trasportare la sua collezione, comprendente, fra l’altro, l’Odalisca, come abbiamo già visto, dipinta dallo stesso artista nel 1862.

Nel periodo tedesco è da ricondurre una statua del Vela, che  a differenza di quanto era successo anni prima con la statua delle tre figlie di Filippo Ala, questa volta realizzò la scultura “Flora”, commissionata, nel 1878  per 7000 franchi, fu consegnata nel 1882, il marchese aveva già in animo agli inizi degli anni Sessanta, di incaricare il Vela per tale opera, ma quelle cattive condizioni economiche, citate, l’avevano fatto desistere, per poi riprendere il suo progetto più avanti.

Flora - La Primavera Vincenzo Vela, esposta alla Galleria d'Arte Moderna di Milano.

La conferma che nell’anno 1872 Ala Ponzone si stabilì a Baden Baden arriva, sempre dall’Archivio di famiglia, conservato a Cremona, la nota “del signor Giuseppe Penati fattore di Turate colla quale spedisce a Milano n. 20 paia lenzuoli e n. 6 dozzine salviette da spedirsi a Baden Baden al signor marchese Ala Ponzoni”.

I motivi che condussero Filippo Ala a Baden Baden rimangono abbastanza indecifrabili, attraverso la documentazione a nostra disposizione possiamo organizzare questa congettura. Nel suo testamento che il marchese, come abbiamo visto, aveva steso nel 1858 ben 28  anni prima della morte, nell’aggiungere “un codicillo” al testamento indica un lascito a favore della “Signora Maddalena (il cognome come si legge nel testo scritto a mano risulta essere Zeÿhco, dove la “hc” potrebbe essere inteso come “k”). 

“Codicillo al mio Testamento:
da valere quanto l’atto che a questo va
unito.

Genova 1° Ottobre 1858

Lascio alla Signora Maddalena Zeyhco
che trovasi nella mia casa nella qualità di
governante il Capitale di Lire di Piemonte
trentamila dico £ 30000 che all’epoca del-
la mia morte le verranno dalle mie eredi
puntualmente pagate; raccomando poi
alle mie eredi di conservare amicizia a
questa Signora che io stimo ed apprezzo

F.o Filippo Ala Ponzoni

L’esposizione circa il cognome della Signora Maddalena è per ricondurci ad un documento, ancora relativo all’Archivio della famiglia Ala-Ponzone, il cui titolo apre nuovi scenari: 

“Estratto di morte della signora Zegher Maddalena moglie del fu signor marchese Filippo Ala Ponzoni avvenuta in Oos Scheuern nel giorno 9 giugno 1876”.

Che le “Maddalena”, dei due documenti, fossero due persone distinti, appare quanto improbabile. L’ipotesi è dunque che ad un certo punto Filippo abbia sposato la “governate” e con essa si sia trasferito a Baden Baden, (1872) visto che la località Oos Sceuern, risulta essere parte della stessa città tedesca. Maddalena morì poi nel 1876 e dunque la disposizione testamentaria non fu applicata, del resto se le cose fossero andate come abbiamo supposto, il codicillo dell’Ala Ponzoni, risultava ormai superato degli eventi successi dopo la stesura del suo testamento. 

Il testamento di Filippo Ala Ponzone

Come abbiamo avuto modo di ricordare, Filippo Ala Ponzone decise di dettare il suo testamento nel 1858, quando risiedeva a Genova. Allo stesso modo abbiamo detto del riconoscimento delle tre figlie naturali e di come Filippo lasciò a loro tutta la sua sostanza. Ancora di Maddalena Zegher, ricordata nel testamento e poi sposata e forse da ricondurre a lei il trasferimento a Baden Baden.

Altro aspetto d’interesse nel testamento di Filippo Ala Ponzone, il lascito di tutti gli oggetti d’arte, di sua proprietà, all’Accademia di Belle Arti di Brera, nella sua città natale Milano.

“Tutti gli oggetti d’arte che io posseggo,
tanto di scultura, pittura, stampe,
acquarelli disegni e tutti i miei libri
li lascio all’accademia di belle Arti
della mia città nativa Milano, col di-
ritto sempre ai miei eredi di ricom-
perarli nel caso che venissero traspor-
tati fuori di Milano. Lo stesso dico
sia della Biblioteca e Museo”.

Tale volontà fu rispettata dagli eredi e ancora oggi, innumerevoli opere d’arte di pregio, sono conservate e si possono ammirare a Brera ed ad altri luoghi di cultura di Milano, come abbiamo avuto modo di apprezzare in questo scorrere.

Il Regio Decreto con cui si autorizzava l'accettazione della donazione delle opere d'arte, voluta da Filippo Ala Ponzone

Proponiamo ora il testo dell’intero testamento di Filippo Ala, così come l’aveva dettato nel 1858, da sottolineare altri due aspetti: le dichiarazioni di tono femminista che si spiegano con la vicinanza di Ala Ponzone agli ambienti mazziniani, in cui l’esigenza di una riabilitazione della donna era particolarmente sentita e il grande interesse nelle dichiarazioni di tono fortemente patriottico e libertario contenute nel testamento.

TESTAMENTO FILIPPO ALA PONZONE

(Ringrazio il Sig, Michele  Pilotti responsabile dell’Ufficio Biblioteca e Cultura del Comune di Usmate-Velate, che mi ha fornito il documento.)


Testamento del defunto Marchese
Filippo Ala Ponzoni sotto la data 1° Ottobre 1858
Stato depositato in Genova presso il Sig. Not. Anto-
nio Tiscornia Notaio


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Atto di mia intima volontà

                                 Genova 1° Ottobre 1858
Locanda Croce di Malta N° 38


Prostrato davanti a Dio,
onipossente, io m’inchino e duo con tutt-
ta la potenza dell’animo mio, sia fat-
ta la volontà vostra con tutta l’estenzio-
ne del termine, io credo in un Ente Su-
premo regolatore dell’universo, a quello
solo m’inchino, e volgo a lui solo le
mie aspirazioni, ed in lui credo, giu-
ro sull’amor mio d’essere sempre stato
cristiano.
Altro desiderio non ho che di giovare alla
mia patria ed al mio simile, e credo che
questa felicità da me desiderata e forse
sognata non si possa ottenere che col santo
nome di libertà e concordia fra gli
uomini. Perciò una religione soda, spre-
giudicata, e quale la vuole il nostro
secolo illuminato e ragionevole. E’ or-
mai tempo che la donna pure sia
tolt al giogo che pesa su di lei e ven-
ga in faccia al mondo riabilitata, e
che una volta sia solo la compagna, e

Pag 2

non la soggetta dell’uomo, come questi
dovrà sempre essere il capo della fami-
glia, ma non mai il tiranno. Che
i governi comprendano che senza libertà
uguaglianza, ed ordine non si possano
reggere i popoli, e farli felici, e che
l’ordine non può venire che dalla forza
accompagnata dalla onestà. Che Iddio
faccia questi miei desideri si av-
verino presto, e che l’umanità possa
essere meno infelice, e che l’Italia re-
spiri una volta, e venga il mio paese
riabilitato finalmente ed esista moralmen-
te e di fatto in faccia alle altre nazioni.
Essendo dovere dell’uomo quando
ha dei figli naturali non ancora legittima-
ti, e che possiede della roba, ed ha dei dipen-
denti, di pensare in tempo come dispor-
re ogni suo avere, così fo ora che sono
sano di mente e di corpo, voglio prevedere
in caso di morte, ed ordino perciò a miei
esecutori Testamentari che presso il Tribuna-
le civile di Genova di voler nominare
di disporre del mio avere nel modo che
segue:

pag 3

Nomino mie eredi universali le Sig. ne
Paolina, Adelke e Maria Biraghi e
figlie alla Signora Luigia Biraghi
mia ex Guardarobiera, e mie figlie
naturali, che in questo atto solenne della
mia vita dichiaro essere figlie mie, co-
me per tali le ebbi sempre, e come suo
Padre fui sempre da esse riconosciuto ed
amato. Voglio che tutta la mia sostanza
vada fra queste tre bambine cioè Pao-
lina, Adele e Maria Biraghi divisa
scrupolosamente in parti uguali.
Lascio a tutti i miei salariati e dipenden-
ti tanto di città, che di campagna vita
loro durante il doppio dello stipendio
loro attuale, compresi gli utili che hanno
ora e che sono fuori salario, ed in caso
di morte la metà, ossia l’attuale saldo
alle loro famiglie, sino a che i figli
siano in grado di guadagnare il vitto
convenientemente,
A tutti i miei amici e parenti
lascio un ricordo preso fra gli oggetti
che più affeziono, sempre intesi oggetti di
bigiotteria e galanterie, da darsi in proporzio-

pag 4

ne del grado di amicizia con cui era-
vamo legati, tanto per il valore che
per l’importanza che io metteva a
quell’oggetto.
Lo …… d’abito e biancheria sarà
del mio cameriere, esclusi beni intesi
gli oggetti di metallo prezioso, e tutto
ciò che è di bigiotteria.
Tutti gli oggetti d’arte che io posseggo,
tanto di scultura, pittura, stampe,
acquarelli disegni e tutti i miei libri
li lascio all’accademia di belle Arti
della mia città nativa Milano, col di-
ritto sempre ai miei eredi di ricom-
perarli nel caso che venissero traspor-
tati fuori di Milano. Lo stesso dico
sia della Biblioteca e Museo.
Ordino ai miei esecutori Testamentari
che per liquidare la mia sostanza, e
togliere le passività sorveglino di con-
servare alle autorità tutorie delle mie
eredi e che non venga venduta nessu-
na parte della mia sostanza ne pa-
terna ne materna, e che i pesi venga-
no tolti cogli annui risparmi che si

pag 5

faranno sulla mia sostanza. Voglio che i
miei stabili tutti giungano quali li posse-
detti io intatti, nelle mani delle mie eredi, Pao
lina, Adele e Maria Biraghi mie caris-
sime figlie.
Proibisco formalmente qualunque pompa
ai miei funerali, e voglio che le mie spo-
glie mortali siano deposte accanto alle gen-
ti della mia buona amata genitrice nella
Chiesa di S. Caterina in Nibbiolo, nel luo-
go a ciò da me fatto preparare.
Non mi si leveranno dalle dita gli anelli
che potessi avere al momento della mia morte.
Tanto sono le mie ultime volontà che racco-
mando caldamente alle autorità ed ai miei ve-
ri amici onde vengano puntualmente ese-
guite e non siano menomamente tradite
né deturpate. Così voglio.
Sia fatta la volontà dell’Ente Supremo
avanti tutto.
                          F.o Filippo Ala Ponzoni

 

 

Codicillo al mio Testamento:
da valere quanto l’atto che a questo va
unito.

Genova 1° Ottobre 1858

pag 6

Lascio alla Signora Maddalena Zeyhco
che trovasi nella mia casa nella qualità di
governante il Capitale di Lire di Piemonte
trentamila dico £ 30000 che all’epoca del-
la mia morte le verranno dalle mie eredi
puntualmente pagate; raccomando poi
alle mie eredi di conservare amicizia a
questa Signora che io stimo ed apprezzo.


                           F.o Filippo Ala Ponzoni

V.o 22 Aprile 1885

Firmato Il Pretore L. Rosso
“ Gervasio Matteo
“ Giuseppe Vignolo teste
“ Dott. Mangini Conservatore Ar-
chivista

Le proprietà di Filippo Ala ad Usmate

Abbiamo visto nel testamento di Filippo Ala Ponzone, la volontà di lasciare tutta la sua sostanza, ad esclusione di poche cose e della sua collezione d’oggetti d’arte, alle figlie naturali, che alla morte del padre erano sopravvissute in due, Paolina ed Adele. I beni furono divisi tra le due in parti uguali. Ci limitiamo ad un sommario dei beni che competevano al territorio di Usmate e Velate.

Sopra: Il frontespizio "dell'Annotatorio", redatto dall'Ingegnere Fraschini nel 1857, relativo al Comune censuario di Usmate. Sotto: Il rilievo del Palazzo di Villeggiatura degli Ala-Ponzone, nel cento di Usmate.

Da guida il censimento noto come “Lombardo-Veneto” del 1857, quindi a ridosso del momento in cui Filippo fece testamento.  La prima località censita e la “Cassina Dossi” dove è indicata la presenza di una casa colonica che risulta ampliata, con una serie di luoghi d’abitazione portico e stalle, lavori eseguiti nel 1840.

Segue la “Cassina Oggioni” dove sono censite due “case coloniche” a cui si aggiunge un portico, queste ultime due costruzioni erano state realizzate nel 1836.
E’ la volta della “Cassina Ribona” indicata come casa colonica e nel computo del carico fiscale previsto viene decurtata una percentuale in considerazione della “straordinaria decadenza” della costruzione. Gli Ala-Ponzone, possedevano sulla strada che conduce a Valaperta una fornace a tre bocche che veniva messo in funzione solo due volte all’anno, quando c’era necessità di produrre mattoni che servivano per i lavori nelle loro proprietà.

Ad Impari Superiore erano proprietari di tre case coloniche. Lì vicino il “Mulino d’Impari, a tre ruote dove si macinava grano. Nella stessa località tre “case coloniche”, una edificata nel 1839.

Arriviamo al centro di Usmate dove sono censiti il “fabbricato per azienda rurale”, che era collocato sull’attuale via Cavour appena oltre la cancellata dell’Asilo Fracaro. Nel complesso erano stati compiuti importanti lavori nel 1833. Tra gli altri ambienti si fa cenno alla “tinaia” alla “scuderia” e al “granaio”. Lì appresso il “palazzo di villeggiatura” composto da 11 luoghi terreni, 14 superiori, portici con loggia e la cantina.

Ancora nel centro di Usmate, nella precisa zona che fu interessata dalla modifica della viabilità, con l’apertura di via Roma negli anni Trenta del Novecento, si trovavano altri stabili, abbattuti nell’occasione citata, tra cui due destinati a “botteghe” un fabbro e un “prestinaio”. Altri tre edifici, indicati come “casa civile” e case coloniche sul lato dei numeri dispari dell’attuale via Vittorio Emanuele, verso via Milano e nella “Curt di Ruman”. Ancora una abitazione al termine del vicolo che diparte dietro il campanile della chiesa trasformata nell’oratorio Don Bosco. Per finire la “Cassina Laura”, complesso noto anche come “Curt de la Fabrica”, attuale ingresso al numero 9 di via Cavour.

Fine prima parte