MESE DI MARZO

MESE DI MARZO

Questa rubrica trae spunto dalla descrizione di quelle “santità” che hanno avuto una particolare venerazione in Brianza. La loro ricorrenza, oltre ad una valenza religiosa, aveva un differente, se non ancora più importante valore nello scandire lo scorrere quotidiano della vita dei contadini, calendarizzando quelle attività che segnavano l’annata dei lavori della terra. Un connubio portatore altresì, di una fioritura di proverbi altrettanto pregni di cultura contadina, sia intesa come “saper fare”, ma sopratutto come solidità morale nell’attribuire un valore concreto agli accadimenti della vita.

Usanze, Santi, tradizioni

Abbiamo, come sempre fatto riferimento ai testi di Sandro Motta e Flavio Ronzoni per instradarci sulle peculiarità che il mese di marzo aveva nella Brianza contadina a cui questa rubrica è dedicata. Ci rendiamo conto che in questo mese le ricorrenze  legate al calendario religioso, risultano abbastanza marginali se riferite al territorio che indaghiamo. Se si esclude la Pasqua, ricordando che tale festività si è celebrata nel mese di marzo, nel lasso di tempo dal 1950 ad oggi per 16 volte, la prossima sarà nel 2024, dunque non è il caso di quest’anno, che vedrà la festa il 12 aprile, rimane la ricorrenza di San Giuseppe (19), a cui aggiungiamo San Benedetto (21) e l’Annunciazione (25).

La potatura delle viti, tra i lavori agricoli del mese

Per bocca del Motta associamo altri due santi, attraverso i proverbi che scandivano alcune scadenze dei lavori nei campi

A San Custantin (11) mola (affila) ul scighezzin”. “A San Patrizi (17), o giuvinott, vanga in spala e fà giudizi”.

Uno spazio lo dedichiamo a Santa Perpetua (7) per un omaggio a Manzoni, più che alla santa.

Restando nell’ambito dei lavori agricoli nei campi si procedeva a potare le viti. Nello stesso periodo si approntavano i campi destinati alla piantagione di granoturco, il letame veniva sparso e in seguito si procedeva con l’aratura.

 

Se nel mese di marzo non cadeva la Pasqua, lo stesso mese risultava, magari solo parzialmente, comunque “quaresimale”.

La religione a quei tempi aveva senz’altro un peso e ruolo rilevante  nella vita dei contadini e non solo formalmente le indicazioni della Chiesa erano tenuta in conto. Dunque il periodo della quaresima veniva vissuto aggiungendo alla vita, non certamente agiata del tempo, altre privazioni, sia materiali ma anche di ordine morale. L’astinenza era vivamente consigliata per lo meno nei venerdì che cadevano nei quaranta giorni di quaresima. Ieri come oggi c’era chi rispettava le regole e chi se ne faceva beffa.

Foto di Luca Fantoni: “aratura”

Il mese di marzo è sopratutto all’insegna dell’incertezza meteorologica. E’ un fiorire di proverbi: “matt cumé un cavall” riferito al tempo del mese (pazzerellone). Ancora “Marz, marzoca, fioe d’una listroca, un dì el pioev e un dì el tira vent, un dì el fioca e un dì el fa bell temp” sempre Sandro Motta propone: “O marz del lela, se gh’é ul suu, derva l’umbrela”.

Altri proverbi, che abbiamo già incontrato, nello scorrere del mese di gennaio ricordano che la buona riuscita dei raccolti, in questo caso segale, frumento e cipolle, saranno assicurati se il mese di marzo sarà asciutto (“pulverent”). Immediatamente si guarda al mese successivo in cui la pioggia per i raccolti sarà “manna”:“Marz succ, april bagnaa, l’é sciur ul vilan che l’ha sumenaa”. Di contro l’allerta era subito lanciato:  “Ul gel marzulin el fà piang ul cuntadin”.

I primi tepori possono invogliare a sdraiarsi sull’erba che sta spuntando, anche se bisogna essere guardinghi: “A marz se te gh’heet minga i scarp, va a pee biott; ma se te ghi heet, tegni amò un po”’. Un modo di dire che oggi potrebbe apparire solo metaforico, ma ricorda ancora come negli anni appena finita la guerra, era un lusso avere un paio di scarpe e andavano conservate il più a lungo possibile, tanto che appena il tempo lo permetteva, si calzavano gli zoccoli o meglio ancora a “pee biott” (piedi nudi).

Le problematiche legate all’igiene e a quello personale in particolare, che risultava sempre assai precario erano alquanto sentiti. L’attenzione si indirizzava verso le pulci e succedanei ed ecco pronto il proverbio: “Marz marzott, a mazzà un pùles se ne mazza vott”. “A mazzà i marziroe, se mazza mamm, pà e fioe”.

Il prossimo inizio della primavera, nel risveglio auspicato della natura, aggiunge una connotazione naturalistica al mese in corso.

Foto di Luca Fantoni

E’ dunque un fiorire rigoglioso di essenze, ne parleremo diffusamente nella scadenza di San Giuseppe, ora riportiamo quanto propone il Ronzoni a proposito della primula: “Un altro fiore tipico del mese di marzo era la primula, che fin dall’inizio del mese riempie i boschi e le rive delle colline annunciando l’arrivo della primavera; il suo nome botanico, d’altra parte, Primula veris, significa appunto “la prima della primavera”. Simbolo di giovinezza, ma anche di salute e di salvezza, per le numerose proprietà curative della pianta, la primula nel dialetto delle colline della Brianza aveva un nome piuttosto particolare, ”petòn del luf”, cioè “peto del lupo”. Anche questa denominazione, che sembrerebbe così poco adatta al grazioso fiorellino, si collegava ad un racconto popolare che aveva come protagonista San Biagio, protettore della gola ma anche grande amico degli animali e delle bestie selvatiche, che accorrevano alla sua grotta per farsi curare. Un giorno, dopo aver curato nel bosco un ferocissimo lupo che infestava la Brianza, San Biagio smarrì la strada, che però riuscì a ritrovare grazie al lupo, che, direttosi verso la grotta del santo per ringraziarlo, aveva lasciato dietro di sé una scia di fiorellini gialli, miracolosamente spuntati ad ogni passo, anzi, ad ogni peto, del lupo.”

In un disegno di Alessandro Greppi del 1857: “La fiera”

Leggendo ancora, quanto esposto dal Motta e ripreso dal Ronzoni, il mese di marzo è indicato per “l’inizio del ciclo delle Fiere primaverili di Bestiame e Merci della Brianza. Da noi queste manifestazioni venivano organizzate in concomitanza con le feste di celebri Santuari o Chiese, dedicati ai Santi o alla Madonna.”  

Il Ronzoni aggiunge: “…occasioni di svago, ma le fiere primaverili erano frequentate soprattutto perché vi si potevano acquistare animali da stalla e da cortile, attrezzi agricoli, sementi e piantine da trapiantare”.

Cosa oggi rimanga di queste tradizioni, risulta non semplice da individuare. Così possiamo citare Monza, per la ricorrenza dell’Annunciazione, la Fiera nei pressi del Santuario delle Grazie. Racconteremo sempre per la stessa occasione la Madonna del Drighet di Usmate, che pur riconducendo alla rappresentazione dell’annunciazione, è ricordata alla fine di aprile con una processione. Dobbiamo limitarci a queste, anche se strada facendo potremmo imbatterci in altre occasioni, che non mancheremo di proporre.


I santi di marzo

In occasione delle varie ricorrenze, sarà pubblicato il relativo contenuto

“Buondì, Perpetua: io sperava che oggi saremmo stati allegri insieme.”

“Ma! quel che Dio vuole, il mio povero Renzo.”

“Fatemi un piacere: il signor curato mi ha impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire: spiegatemi voi meglio il perchè egli non può o non vuole maritarci oggi.”

“Oh! vi par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?”

— L’ho detto io, che c’era misterio sotto, pensò Renzo; e per tirarlo in luce, continuò: “Via, Perpetua, siamo amici; ditemi quel che sapete, aiutate un povero figliuolo.”

“Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo.”

“Gli è vero” ripigliò questi, sempre più confermandosi nei suoi sospetti, e cercando di accostarsi più alla quistione, “gli è vero; ma tocca egli ai preti di trattar male coi poveri?”

“Sentite, Renzo; io non posso dir niente, perchè ….. non so niente; ma quello di che vi posso assicurare si è che il mio padrone non vuol far torto nè a voi nè a nessuno; e non ci ha colpa.”

“Chi è dunque che ci ha colpa?” domandò Renzo, con un cotal atto trascurato, ma col cuor sospeso, e coll’orecchio all’erta.

Disegno del Gonin: Renzo e Perpetua

“Quando vi dico che non so niente …. In difesa del mio padrone posso parlare; perchè mi fa male sentire che gli si dia cagione di voler far dispiacere a qualcheduno. Pover uomo! se pecca, è di troppa bontà. C’è bene a questo mondo del birboni, dei prepotenti, degli uomini senza timor di Dio ….”

— Prepotenti! birboni! pensò Renzo: questi non sono i superiori. “Via,” diss’egli poi, nascondendo a stento l’agitazione crescente “via, ditemi chi è.”

“Ah! voi vorreste farmi parlare; ed io non posso parlare, perchè …. non so niente: quando non so niente, gli è come se avessi giurato di tacere. Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di bocca. Addio; egli è tempo perduto per tutti e due.” Così dicendo, entrò in fretta nell’orto, e chiuse lo sportello. Renzo, rispostole un saluto, tornò indietro pian piano, perchè al romore dei passi ella non s’avvedesse del cammino ch’egli prendeva; ma quando fu fuor dal tiro delle orecchie della buona donna, studiò il passo; in un momento fu alla porta di don Abbondio, entrò, corse difilato al salotto dove lo aveva lasciato, ve lo trovò, e andò inverso lui con un tratto baldanzoso e con gli occhi arrovellati.

Manzoni nel secondo capitolo dei “Promessi Sposi”, ci propone questo dialogo tra Renzo e Perpetua, la donna invitata da Don Abbondio a non svelare i motivi per cui il prete non vuole celebrare il matrimonio tra lo stesso Renzo e Lucia, non riesce a tenere la bocca chiusa e con mezze frasi instrada il giovane verso la verità.

La vera notorietà di Santa Perpetua e tutta da ricercare nella figurazione che il Manzoni fa della donna nel suo libro. La fama che ne deriva, ancora viva ai nostri giorni, identifica da quel momento, con il nome di perpetua, la collaboratrice domestica “ante litteram”, che si prende cura del sacerdote; pulizia della canonica, attenzione al vestiario e alla tavola, e sopratutto nel sentire comune si assimila perpetua alla figura di “donna attempata e loquace”, come svela il brano proposto all’inizio. Questo è il ritratto che ne fa Sandro Motta: “In brianzolo il termine “perpetua” si accosta molto al significato di “sabeta”, di donna cioè “cun la lengua mulada”, sostanzialmente di retto giudizio, ma che, appena appena può, taglia i panni addosso alla gente “opportune et inopportune” (come si suol dire). La sua non è una comprovata maldicenza né calunnia né insolenza, ma contiene una buona dose di non giustificata protesta.”

La figura della perpetua era tutt’altro che marginale da un punto di vista sociale tanto da far fiorire alcuni ficcanti modi di dire: “Cumanda pùssee la serva d’un pret che una spusa” e ancora: “En ne sà pussee ul curat cun la serva che ul curat luu de per luu!”

Dunque tanta notorietà per questo nome, ma chi era la santa ricordata in questo giorno?

Perpetua a cui si associa Felicita, furono due giovani cristiane che subirono il martirio sotto l’imperatore Settimio Severo insieme a Saturo, il catechista di Perpetua, Revocato, Saturnino e Secondolo e morirono a Cartagine il 7 marzo 203.

Al pari di tante altre manifestazioni religiose del cristianesimo, questo culto sembrerebbe frutto di quel piano di sovrapporre a preesistenti festività o usanze pagane, nuove pratiche “cristianizzate”. Nel caso specifico potrebbe essere che le due sante non sarebbero mai esistite ed il loro nome deriverebbe  dall’augurio latino “perpetua felicitas”.

Un mio ricordo personale, fine anni Sessanta inizio anni Settanta del Novecento, l’oratorio che frequentavo, con Don Carlo che non mancava di prenderti per un orecchio e ricondurti in classe, se eri stato un po’ discolo alla dottrina domenicale, aveva una perpetua, a cui ci si rivolgeva per avere il pallone di cuoio per quelle interminabili partite che duravano l’intero pomeriggio, giorno feriale o festivo, non faceva differenza. Le squadre, man mano si accrescevano di giocatori, non sempre bilanciando il numero tra le due, a volte un individuo particolarmente talentuoso valeva due giocatori che si aggiungevano nella squadra rivale. Non ricordo che ci fosse un numero massimo o minimo di componenti la squadra, anche perché nello scorrere delle ore, alcuni ragazzi, lasciavano il campo per altri impegni e i sostituti non mancavano mai. Chiusa questa parentesi calcistica e ritornando alla perpetua di Don Carlo, ricordo che di nome faceva Felicita, una circostanza che allora non mi diceva assolutamente niente, ma che a distanza di tempo, si riempie di curiosi significati. Non c’è oggi naturalmente tempo per avere ragguagli dai protagonisti, da tempo passati a “miglior vita”, anche se mi chiedo: “in quel “omen nomen” (il nome è un presagio), per la Felicita di Don Carlo, sarà stato solo frutto del caso, o qualche oscuro disegno aveva diretto verso la “professione” di perpetua la donna? 

La primavera che sta arrivando, anche se  l’inverno non è che si sia fatto molto sentire, la stiamo vivendo con più di qualche patema d’animo. Così quelle fioriture di varie essenze, che in tempi normali sarebbero state al centro della nostra attenzione, oggi rischiano di passare abbastanza in sordina. Ciò nonostante  ecco qualche proverbio dei tempi passati che nel giorno di San Giuseppe annuncia la nuova stagione, che fra qualche giorno sarà ufficializzata dal calendario astronomico: la primavera. “A San Giusepp fiuriss ul perzeghett”. “A San Giusepp la marenda in del gerlett”, “A San Giùsepp se mola i culzett”.

Veniamo a questo punto alle fioriture precoci di cui vogliamo dare conto. Si tratta di fiori che crescono nei boschi e nei campi è che nei tempi della Brianza passata, assumevano una connotazione precisa, parte di una tradizione consolidata. Ecco dunque, che unitamente a San Giuseppe, tutta la sua famiglia era ben rappresentata, nella consuetudina che vedeva nel giorno del santo, una volta festivo e di precetto, questa uscita all’aria aperta, (“la marenda in del gerlett”) i bambini protagonisti, intenti a raccogliere ”i belee de la Sacra Familia”, che sarebbero serviti ad allestire l’altare “de la Madona de Marz” (l’Annunciata del 25). Vediamo nel dettaglio queste essenze vegetali: i fiur de San Giùsepp (giacinti blu selvatici), i campanei de la Madona (le campanule dei boschi), i piagh del Signur (le pervinche), i ugitt del Bambin (la veronica), ul didaa de la Madona (il convolvolo), ul pan di Anger (l’acetosella).


“I ugitt del Bambin”

Nelle scadenze dei lavori, propri del calendario dei contadini e nello specifico di chi si occupava di viticultura, San Giuseppe segnava il momento, senza tralascire di accertarsi che la luna fosse in fase calente, per travasare il vino dell’ultima vendemmia. Essenziale che il tempo si presentasse sereno e meglio ancora secco.

 

 

 


Anche San Giuseppe come altri santi, dava e da, aggiornandosi con i tempi, la sua protezione a diverse categorie di persone

Troviamo in primis i falegnami e non può essere diversamente, a cui in senso lato si sono aggiunti i carpentieri e genericamente gli operai. Nella sua veste di padre, seppur putativo, la sua protezione è per i padri di famiglia, e nella deriva commerciale immancabile dei tempi moderni, l’aggiornata ricorrenza della “Festa del Papà”.

“I fiur de San Giùsepp” foto di Luca Fantoni

Ancora una valenza protettrice di San Giuseppe, invocato per la “buona morte” a ricordare la tradizione in cui il santo trovò la morte nelle braccia del figlio Gesù.

I Vangeli raccontano di Giuseppe, che dopo essere stato avvisato in sogno della volontà di Erode di sopprimere tutti i primogenito, decise di condurre Gesù e Maria in Egitto per metterli in salvo. In questa protezione verso i deboli e gli indifesi si estende il suo patronato sui senza casa e gli esuli.

Ritornando alla Brianza  troviamo spesso il santo rappresentato nelle cascine insieme alla Madonna e  Gesù. La riproduzione a stampa della Sacra Famiglia era una presenza costante nelle abitazioni e non solo, spesso trovava la sua collocazione anche nelle stalle o all’ingresso delle stesse per una necessaria protezione agli animali, fonte di sostentamento preziosa e irrinunciabili nei tempi che raccontiamo.

Una rappresentazione della Sacra Famiglia, su tavola di legno appesa ad un rustico nella corte di Rimoldo Alta, comune di Casatenovo

Nel comune di Casatenovo la presenza di una cascina, denominata appunto “Cascina S. Giuseppe”, dove troviamo una statua del santo ad un’altezza da terra di circa 5 metri. La Cascina si trova all’incrocio fra Via Porta e Via Petrarca con l’ingresso sul lato di quest’ultima. All’interno della cascina una seconda statua di San Giuseppe


La nicchia con il San Giuseppe posto sul fronte della via

Gli amici di “Sentieri e Cascine” ci danno conto della storia di questa cascina che riproponiamo:

“Samuele Galbusera, secondo di quattro figli, nasce a Rimoldo nel 1879 e dopo 2 o 3 anni di scuola elementare è un appassionato contadino. A vent’anni intraprende la strada delle missioni e diventa Missionario Salesiano. Svolgerà il suo apostolato in Brasile per 50 anni con grande determinazione ed intraprendenza. Nel 1929 torna a trovare i parenti e trovandoli numerosi propone a loro la costruzione di una cascina e sarà lui stesso a tracciarne il disegno. In onore del padre la cascina viene dedicata a S. Giuseppe e sarà chiamata anche “I Fedrìcch” dal nome del primogenito Federico.


Ancora nello stesso comune una seconda statua di San Giuseppe, sempre nel censimento dei “Segni del Sacro”, intrapreso qualche anno fa, nella parte curata dalla stessa associazione queste note:

La statua di San Giuseppe all’interno della “Curt di Malurìtt”

In Via S. Carlo, salendo da Via Petrarca a sinistra dopo la seconda curva  si accede alla corte (comunque chiusa con un cancello) da una piccola via che si diparte proprio dalla curva al civico 11, sotto il portico della corte denominata “Curt di Malurìtt”, un edificio molto interessante realizzato nel 1934, a tre piani con un porticato che attualmente occupa solo due campate del piano terra ma che inizialmente era molto più esteso. La statua di S. Giuseppe in origine infatti era sulla parete di una zona porticata ora chiusa.

San Benedetto lo si ricorda sopratutto per il noto proverbio; “A San Benedetto la rondine sotto il tetto”, nella Brianza che raccontiamo, non trova particolare rinomanza questo santo, tanto che nella tradizione non esiste un proverbio che rimanda a quello accennato. Sandro Motta ricorda un paio di proverbi, che riporto, ma che rimangono abbastanza marginali. Il Motta scrive: “Seguità la regula de San Benedett, cunt i culzon e la soca in su del lett” (detto proprio così, in milanesel) ad indicare le false “astinenze” dei farisei di allora (della Brianza di un tempo). L’altro era (localmente): “Per San Benedett gh ‘é i merlott in del buschett”. I maschi di queste nidiate precoci di fine inverno erano chiamati “i merli de San Benedett”, ai quali il Santo insegnava, chissà come, un canto flautato perfetto, ed erano quindi ricercatissimi …

Un nido di rondini. Foto di Luca Fantoni

Dunque possiamo solo ritornare alle rondini di San Benedetto, che godevano di una protezione indistinta perché tanto care alla Madonna e continuare con le parole del Motta: “I primi ad arrivare erano i maschi, sempre solleciti nel seguire il frenetico vagabondare primaverile della loro guida San Benedetto (21.3). Ognuno di loro prendeva possesso del vecchio nido e lo difendeva con stridi ed aggressioni volteggianti da qualche maschio nuovo arrivato che voleva impossessarsene.

L’arrivo delle femmine (attardatesi a conversare con la Madonna) placava come d’incanto tutta quella turbolenza. Le zuffe fra i maschi, però, continuavano, ma senza più stridi e solo in frenetici duelli aerei per la conquista della compagna “.

San Benedetto nasce a Norcia, come vuole la tradizione nel 480, da una famiglia agiata che lo indirizza verso Roma per imparatigli un’educazione adeguata. Per la sua indole particolarmente meditativa, non trova un riscontro alle sue aspirazioni e lasciata Roma, arriva prima in una località, chiamata Enfide, e poi vive per tre anni, da eremita, in una grotta a Subiaco, dove seguito da un certo numero di discepoli, pone le basi per il movimento benedettino, fondando una prima sede monastica. Altra tappa decisiva del suo cammino è l’approdo a Montecassino. lla sommità del monte dove insistevano rovine di un insediamento pagano, San Benedetto coadiuvato da alcuni  discepoli da vita al nucleo fondante dell’abbazia di Montecassino. Sempre secondo la tradizione San Benedetto morirà qui il 21 marzo del 547.

Cosa offre la Brianza, che si possa ricondurre a San Benedetto. Abbiamo intercettato una piccola chiesa a Sirone la cui dedica è al santo.

La chiesetta di Sirone dedicata a San Benedetto. Foto Domenico Varenna

L’affresco sulla parete esterna della chiesa. Foto Domenico Varenna

La chiesa edificata approssimativamente nel XIII secolo, conserva la sua pianta originaria. Al centro di notevoli interventi di restauro, uno in particolare nel 2010 ha provveduto alla conservazione di un dipinto, di cui proponiamo la descrizione stilata in occasione dell’intervento da parte dell’impresa che li operò:

“Opera attribuita al Malacrida, pittore dei paesi della Brianza e della Valtellina, del tardo Quattrocento – inizi Cinquecento, rientra nella serie di edicole/immagini sacre ritraenti principalmente Madonne in trono con Bambino, spesso accompagnate dalle figure di San Rocco e San Sebastiano. L’immagine, presente sulla facciata della chiesa di San Benedetto in Sirone, di forma pressoché quadrata, presenta la figura della Madonna in trono con Bambino seduto in grembo e sulla destra san Benedetto, santo a cui è dedicata la chiesa.”

Ci eravamo ripromessi di fare un personale sopralluogo alla chiesetta, ma la situazione d’emergenza in atto ha voluto diversamente. Ci siamo dunque serviti di alcune immagini di Domenico Varenna per una documentazione fotografica dell’affresco e della veduta parziale dell’edificio religioso.

Dell’epopea dei monasteri benedettini nelle nostre terre, segnaliamo invece una presenza importante e nutrita, stiliamo un breve  elenco per ricordare quelli più prossimi a noi, segnalando in particolare la presenza di tale regola soprattutto al femminile.

Una colonna del complesso di Sant’Apollinare ad Arcore, reminiscenza dell’antico monastero

Per Arcore, ricordiamo il San Martino e il Sant’Apollinare, ribadisco l’origine benedettina di questi luoghi, la cui memoria risale veramente molto indietro nel tempo. Importante il monastero di San Pietro a Cremella, Santa Margherita a Casatenovo e infine San Pietro e Paolo a Brugora frazione di Besana, solo per citare i più famosi.

L’Annunciazione a Maria, immortalata da innumerevoli artisti, tra i più famosi nel corso dei secoli, rimanda alla celebrazione che la chiesa fa cadere il 25 marzo esattamente nove mesi prima del Natale.

Prima di proseguire un inciso, nel segnalare come le due date, giorno più giorno meno, segnano con il Natale l’inizio dell’inverno e nove mesi prima, il solstizio di primavera, un momento dunque di risveglio e rinascita, anche in senso lato. La celebrazione dell’Annunciazione trova le sue origini in Asia Minore nel VI secolo, è accolta a Roma da papa Sergio I a cavallo tra il VI e VII secolo. Ricordiamo in epoca medievale l’importanza della festività, tanto che in molti luoghi si iniziava l’anno con questa data (“ab incarnatione”), ricordiamo fra tutti la città di Firenze

L’Annunciazione della “Madonna del Drighett” a Usmate

Solo due parole per ricordare il racconto fatto da Luca nel suo Vangelo che ha tramandato questo momento in cui Dio si fa uomo, attraverso Maria, che lo concepisce ancora vergine. Possiamo sottolineare l’importanza di questo testo, attraverso il quale nei secoli si concretizzerà l’immagine della Madonna, dando vita, oltre che alle opere artistiche, sia pittoriche che letterarie di cui abbiamo accennato, anche a quei contenuti teologici di riferimento per tracciare la figura di Maria e di Gesù.

(Lu 1,26-38) Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.

Non possiamo dimenticare come Maria rispose a questo annuncio, la tradizione cristiana vuole in questa occasione fissare la genesi per quella preghiera, a cui innumerevoli musicisti hanno riversato il loro talento. Il titolo non è altro che la prima parola pronunciata da Maria in risposta all’Angelo, “Magnificat”. In questi giorni di forzata permanenza a casa, abbiamo senz’altro il tempo per gustare questa interpretazione fatta da Mina.



Abbiamo accennato nell’introduzione mensile, ad un luogo vicino a noi in cui la festività dell’Annunciazione ha un certo risalto. Parliamo del Santuario della Madonna delle Grazie a Monza. La Madonna che nel corso dei secoli ha elargito innumerevoli grazie è riprodotta in un dipinto nell’atto di ricevere l’annuncio da parte dell’angelo del Signore. La storia del luogo è lunga e travaglia. 

Il dipinto dell’Annunciazione conservato nel santuario delle Grazie di Monza

Rimandiamo alla pagina presente nel sito, che descrive le vicende del monastero.

Altra occasione che lega il monastero ad avvenimenti pregnanti di pathos, è la storia della “Monaca di Monza”, quando Gianpaolo Osio, trascina in una improbabile fuga le due monache testimoni della sua tresca, con l’intento di sopprimerle.

Le due religiose negli interrogatori, seguiti alla loro cattura, raccontano. Suor Benedetta: “finalmente uscessimo fuor (da Monza) da un zappello et andassimo verso le Grazie, et d’accordi andassimo alla chiesa sodetta et ingenocchiati dicessimo sette volte la save Regina pregando la Madonna che ci aiutasse in questa cosa.” Suor Ottavia aggiunge particolari, “ Et così siamo caminati un pezzo tutti tre per di dentro dietro la muraglia di Monza sin che siamo arrivati ad un luogo, dove era rotta la muraglia et si poteva uscire che si chiama Carobiolo per questo disse Gio. Paolo se ben mi ricordo, et da lì siamo calati giù et habbiamo caminato per una strada che alle volte trovavamo il Lambro, alle volte lo perdevamo che non so che strada fosse né lui ce lo diceva, et arrivassimo alla chiesa della Madonna delle Gratie che così ci disse detto Osio, ond’io persuasi che ci ingenocchiassimo et domandassimo gratia alla Madonna che ci accompagnasse, et così ci ingenocchiassimo tutti tre su la porta grande di detta chiesa e dicessimo sette volte Salve Regina ” 

La fuga dello sciagurato Egidio

I fuggiaschi una volta lasciata Monza, attraverso una breccia nella prossimità della porta del Carrobiolo, percorrono ora più accosti, ora più distanti, la riva destra del Lambro, giungendo in prossimità del ponte in legno dell’epoca, costruito in occasione della fondazione del monastero delle Grazie, per unire lo stesso alla città, oltrepassato lo stesso, si ritrovano davanti alla porta della chiesa che a quell’ora è serrata. I tre, che nonostante abbiano ripetutamente violato le leggi di Dio e degli uomini, hanno ancora in animo di rivolgere una supplica al Cielo, spinti dalla consuetudine, non certamente, dai dettami dell’anima. Per chi ha curiosità di conoscere il seguito, sarà reso edotto qui.

E’ tempo di ritornare alla ricorrenza dell’Annunciazione e di come veniva celebrata alle Grazie di Monza, con l’annuale fiera, che quest’anno non potrà avere luogo. La celebrazione si perde nei tempi, a fianco delle celebrazioni liturgiche seguite con vera devozione, si ricorda l’importante mercato di merci varie, che naturalmente ha seguito nel tempo l’evoluzione dei consumi, adeguando la sua offerta di merci. Ancora oggi comunque non mancano, come “marchio di fabbrica” di tutte le fiere della Brianza, i “firon de castegn”.

La descrizione tratta da una pubblicazione voluta dall’Associazione del Commercio di Monza, racconta del “firon”: filze di castagne secche legate a mo’ di treccia che, almeno un tempo, arrivavano dall’Alto milanese. I giovanotti usavano portarle al collo a guisa di lunga sciarpa. La foto (di Giancarlo Nava) mostra in primo piano le cavagne di giunco da cui fuoriescono i “firon”; altre filze sono appese a un chiodo sul muro del convento tra l’omone seduto e i bambini. Forse non è inutile rammentare che il nome “firon” è stato suggerito dalla somiglianza con la colonna vertebrale umana.

Abbiamo ancora lo spazio per ricordare di un’altra Annunciazione vicina a noi, si tratta di un’immagine votiva nota come la “Madonna del Drighett”, che si trova a Usmate. La leggenda vuole il luogo, dove ancora oggi troviamo un dipinto, come limite oltre il quale nel Seicento la peste fermò il suo contagio, e grazie all’intercessione della Madonna, Usmate fu preservata dalla malattia. La particolarità, che pur trattandosi della rappresentazione dell’Annuncio Divino, qui il festeggiamento si fa verso fine aprile e non il 25 marzo. In effetti la celebrazione la cui data ufficiale cade il 28 aprile si riferisce ad un’altra Madonna, la Madonna del Miracoli, la cui immagine è custodita all’interno della Parrocchiale di Usmate. Il giorno ricordato una processione con la statua della Madonna, ancora un diverso simulacro quindi, percorre il tragitto dalla Chiesa Parrocchiale, sino alla Madonna del Drighett. Il motivo della scelta della data di fine Aprile è a tutt’ora irrisolta. 

L’edicola di Usmate nota come la “Madonna del Drighett”

Riportiamo la descrizione di questa icona ripresa dal sito dedicato al censimento dei “Segni del sacro”, nel Parco dei Colli Briantei.

La Madonna del Drighett, pur essendo legata agli avvenimenti della peste del Seicento, trova la sua storicità documentata solo all’inizio del novecento, a li risalgono le notizie della sua esistenza.

La sua leggenda è più antica, la Madonna è ricordata per la protezione che garantì agli abitanti di Usmate negli anni in cui imperversava la peste. L’immagine della Madonna e il valico del torrente sono indicati come il limite estremo del contagio, che non arrivò mai in paese, per l’evidente intercessione della Madre di Dio. Aggiungiamo un breve racconto che narra la leggenda, attingendo dalla pubblicazione “La Madonna del miracolo”, di Salvatore Longu.“Un pastorello, dopo aver trascorso l’inverno in paese col proprio gregge, ai primi caldi primaverili avrebbe mosso gli armenti verso la collina. Appena uscito fuori dalle poche case e attraversato il ponte di legno sulla Molgoretta, pare si sia inginocchiato e abbia pregato la Madonna per averlo protetto dalla peste.”

Processione degli anni Trenta per le vie di Usmate

Interessante quanto emerge dallo stesso libro, a cui si rimanda per una trattazione esauriente, sulle virtù che il Longu attribuisce alla Madonna, in relazione al luogo in cui è raffigurata. In sintesi le attribuisce la capacità di proteggere l’abitato di Usmate e i suoi abitanti dal pericolo rappresentato dal corso d’acqua a regime torrentizio capace d’ingrossarsi e uscire dal suo alveo causando, come si dice, “morte e distruzione”; l’invocazione alla Madonna era necessaria per preservarsi da tale calamità.

La rappresentazione della “Madonna del Drighett”, che giace sotto l’attuale dipinto.

Le informazioni che riguardano la rappresentazione indicano nel 1988 la posa di una tavola dipinta da Romano Morzenti, pittore bergamasco, che andò a coprire un precedente dipinto murale. Quando nell’anno 2009, l’allora parroco Don Meroni, fece restaurare il dipinto, fu possibile fotografare l’antico murale. L’odierna Annunciazione ricalca parzialmente il dipinto murale che giace coperto dalla nuova opera.