DANTEDI’

DANTEDI’

Dantedì

Domani  25 marzo, sarà la giornata dedicata al “sommo poeta”. Così come quasi ogni giorno dell’anno ricorda un personaggio od un avvenimento degno di risonanza mondiale, a partire da quest’anno il 25 di marzo sarà l’occasione per ricordare Dante Alighieri. Una scadenza istituita in vista del 700 anniversario della morte del poeta che ricorrerà l’anno prossimo. La scelta del 25 marzo in accordo con la data identificata dagli studiosi, nel riconoscere in questo giorno l’inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia.

 

Le iniziative saranno innumerevoli e tutte degne di attenzione. Da parte nostra vogliamo ricordare e celebrare la giornata, proponendo un contributo alla Divina Commedia in vernacolo milanese. Lo spunto da una pubblicazione di qualche anno fa, voluta dall’associazione “Gruppo Storico Vecchie Memorie” di Monza. In qualche modo promotore dell’iniziativa l’amico Enrico Sangalli, di cui abbiamo perso le tracce da qualche tempo e che speriamo con queste note di rinverdire l’attenzione sul suo lavoro. 

 

Sangalli, appassionato di storia locale e in particolare della zona di Sant’Albino e Brugherio dove abita, nelle sue innumerevoli ricerche ha posto l’attenzione su Alfonso Porro Schiaffinati. Vissuto a cavallo tra la fine del Settecento e l’Ottocento, di nobile famiglia milanese, possedeva appunto a Sant’Albino, una dimora di vacanza, “una villa di delizia” come si era solito dire. Per descrivere il personaggio proponiamo quanto esposto nella pubblicazione che Enrico Sangalli ha curato in compagnia di Pietro Beretta e Antonio  Cercenna: “Sin dalla giovinezza il Porro Schiaffinati fu protagonista dell’ambiente culturale e artistico della capitale lombarda. Le prime testimonianze lo attestano legato principalmente all’ambiente pittorico rinascimentale di Hayez, a cui fece anche da modello per personaggi di celebri tele, quali “Il Conte di Carmagnola” del 1820 (è suo il volto del Carmagnola) e “Maria Stuarda” del 1827 (è suo il volto di un paggio del corteo di Maria Stuarda). In seguito lo ritroviamo in rapporti con Massimo d’Azeglio, Carlo Arienti e Innocenzo Fraccaroli.”

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Ritratto del Conte Alfonso Porro Schiaffinati, realizzato nel 1834 da Carlo Arienti.
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Villa Porro Schiaffinati a Sant'Albino, frazione di Monza

 

 

 

 

Lo stesso Schiaffinati ebbe inoltre frequentazioni in ambito letterario, fra gli altri con il citato Massimo d’Azeglio e ancora il Manzoni e altri letterati che ospitò spesso nella sua villa a Sant’Albino. Alfonso fu a sua volta scrittore e autore di due tragedie, composte in versi: “Marino Falliero” (1855) e “I vespri siciliani” (1868), a cui si aggiungono due brevi composizioni dedicate a Garibaldi, entrambe datate 1860.

Arriviamo a questo punto alla nostra proposta legata a Dante. Nel volumetto citato curato dal Sangalli si da lustro, riproponendo una piccola pubblicazione che risale al 1868 stampato per i tipi della “Tipografia di Carlo Beretta” di Monza, ad un lavoro dello Schiaffinati, che si cimenta con il “sommo poeta”. Si tratta di un esperimento come lo stesso Schiaffinati espone nell’introduzione, che ci da al contempo conto del motivo e della genesi del lavoro: “Vi parrà una profanazione trasmutare in dialetto il divino linguaggio dell’Alighieri. Io pure ne convengo con Voi” poi più avanti: “…è un tentativo promosso da alcuni amici, con i quali un giorno io leggevo i diversi Frammenti di Canti Danteschi tradotti in dialetto milanese dall’impareggiabile Porta”. Il Porta nella sua traduzione aveva omesso il canto del Conte Ugolino, nella convinzione che i contenuti forti e di una tale emozione che caratterizzavano il canto, non potessero essere resi con pari dignità dal dialetto. E’ questa la sfida che raccoglie lo Schiaffinati: “Ho voluto provarmi. Se vi sia qualche poco riuscito, giudicate Voi, e state sani.”

Accettiamo, visto il periodo, l’augurio di buona salute e non ci resta a questo punto che proporre il Frammento del XXXIII canto della Divina Commedia di Dante Alighieri, versione milanese per Alfonso Porro Schiaffinati.

Una sola annotazione personale alla lettura fatta. Devo dire, che per chi ha un po’ di dimestichezza con la parlata dialettale milanese, la traduzione dello Schiaffinati risulta per certi versi alquanto “illuminate” nello sbrogliare qualche “costruzione”, che il Dante, uomo del Trecento, ha inevitabilmente reso un poco criptica per noi moderni lettori.

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