Arcore: La Palazzina

Arcore: La Palazzina

di Tonino Sala

La località “La Palazzina”, contemplata tra i luoghi di comprovata storicità nel panorama arcorese, si colloca territorialmente, oggi ancora più di una volta, in un vero e proprio “cul de sac”. L’abbondante stravolgimento edilizio a cui il complesso e stato sottoposto, ne ha quasi completamente compromesso l’aspetto originale di edificio dedicato alle attività contadine, a cui una volta era destinato. Interessante come sempre la ricostruzione proposta da Tonino Sala, che evidenzia in relazione alla collocazione del luogo, a cavallo tra Arcore e Lesmo, come avremo modo di vedere, quell’incertezza di dipendenza amministrativa, che ancora oggi caratterizza la località.  A corollario delle vicende amministrative della Palazzina, Tonino propone alcuni episodi, ad essa legati, di vita vissuta e un ritorno alle origini della sua famiglia.

Note e curiosità

Rispetto al paese la cascina Palazzina è collocata a ovest, sul confine con Lesmo, al quale territorio un tempo apparteneva pur essendo dipendente dalla Parrocchia di S. Eustorgio di Arcore, in una di quelle rientranze e prominenze che articolano i limiti in una serie infinita di angoli (per il nostro territorio sono poco meno di 150) senza trovare spiegazioni logiche nella determinazione delle competenze territoriali.

Mappa del Comune – 1859 (Manca Bernate, al tempo Comune autonomo)

Nel 1871, per decreto dell’autorità competente (Intendenza di Finanza di Milano) fu ordinata la correzione della mappa del 1722, aggregando la cascina, così come appariva nel 1871, al territorio di Arcore.

1721 – Particolare dalla mappa di prima rilevazione

 

Dall’immagine riprodotta, risulta chiaramente che il fabbricato disegnato è al di là della linea a puntini che rappresenta il confine con Lesmo; se fu un errore allora e se in tempi successivi si decise la correzione, non è noto; così come non si sa, né, se come disegnato era coretto, né per quali motivi si aggiunse la cascina al territorio di Arcore.

“Per decreto dell’Intendenza di Finanza in Milano del 13 Aprile 1871 N. 11823/3453 venne corretto il Confine Territoriale di questo Comune come contro, vennero cioè aggiunti i n.ri 398. 399, per essere stati trovati nel Comune di Lesmo – Milano il 16 aprile 1871 – Ing.re … Sioli Perito d’ufficio”

1722- particolare del foglio 8. Nel riquadro la parte dell’edificio che appartiene al foglio 4; in trasparenza si nota il proseguo, è comunque sufficientemente chiaro il riferimento alle parcelle 398 e 399.

Non si capisce perché si vada a correggere una mappa 150 anni dopo la sua rilevazione (1721-1871), quando è già in uso la nuova mappa del 1859 da oltre una decina d’anni, che riporta già attuata la variazione.

Dal tono della rettifica sembrerebbe trattarsi di una variazione dovuta a un errore del rilevatore: “… per essere stati trovati nel Comune di Lesmo …), ma poi, siccome con altra scritta si compensa con uno spostamento di confini ai campi a nord-ovest del Misurato, la spiegazione deve trovare altre motivazioni che rimangono comunque nel campo delle supposizioni.

 

Anche sulla mappa di Lesmo del 1721, come appare al foglio 3, la correzione è registrata senza dare alcuna spiegazione se non il “Decreto …”:

NOTA di REDAZIONE

In effetti possiamo, alla luce di nuovi documenti venuti in nostro possesso recentemente, indicare le motivazioni che condussero a questa modifica dei confini.

Con Regio Decreto, datato 26 settembre 1869, N° 5297, firmato da Vittorio Emanule II, si stabilì che “…la frazione di Cassina Palazzina è distaccata dal Comune di Lesmo ed unita a quello di Arcore.”

Il decreto motiva poi la decisione “…Sulla proposta del Ministro dell’Interno;

Viste la deliberazione emessa dal Consiglio provinciale di Milano nella adunanza del 27 gennaio 1868, e quelle dei Consigli comunali di Lesmo ed Arcore, in data 19 luglio e 18 agosto 1867;

Vista la domanda a Noi sporta dalla maggioranza degli elettori della frazione Cassina Palazzina, per ottenere che la frazione stessa sia staccata dal Comune di Lesmo ed unita a quello di Arcore;

Nello stesso decreto si da esecuzione al provvedimento indicando che “La frazione di Cassina Palazzina è distaccata dal Comune di Lesmo ed unita a quello di Arcore.

I confini territoriali dei Comuni di Lesmo ed Arcore sono rispettivamente accresciuti o scemati della porzione di territorio descritta col colore carmine e turchino nel piano topografico dell’Ingegnere Serafino Cantù, in data 5 giugno 1869, il quale sarà d’ordine Nostro vidimato dal Ministro predetto”.

Ricordiamo come in quel settembre del 1869 la capitale d’Italia, non fosse ancora insediata a Roma ma come il decreto riporta si trovava:

Dato a Firenze addì 26 settembre 1869.

La proprietà, in comune di Lesmo, come risulta dalla specifica sotto riportata, è dei d’Adda: 67, orto con moroni del Sig. C. dada pertiche 1.4; 68 Cassina Palacina del sud.o. pertiche 3.15. 

Il rilevatore la denomina “Cassina Palacina”. Anche qui le cose non sono del tutto chiare, il poderoso “Dizionario storico etimologico” dei cognomi italiani edito dalla Utet, registra il cognome Palacino come di origine incerta, che potrebbe confrontarsi con il cognome neogreco Palases o Palakos, senza trascurare la possibilità di un diminutivo del cognome Pala presente in Lombardia a Caravaggio. L’altra possibilità è la trascrizione di “zzi” con “ci”. Nel dialetto lombardo sembrerebbe che la lettera “z” non esista, anche se a quanto mi risulta, proprio a Lesmo, si pronuncia, o pronunciava, in molte parole in modo marcato..

Ma potrebbe essere che ci fosse in loco una persona con questo cognome sufficientemente ricca da dare il proprio nome al luogo? L’ultima possibilità e che la cascina in origine fosse effettivamente una palazzina, e non ci sarebbe da meravigliarsi essendo proprietari i d’Adda, poi, ristrutturata o ampliata in cascina, conservandone il nome originario.

Per quanto concerne lo scambio territoriale, questo avviene con alcune parcelle a nord del Misurato; possiamo vedere riportata sulla mappa Frast del 1722, foglio 2, la nota esplicativa e i lotti alla quale si riferisce con tracciati, in linea continua, i nuovi termini di confine. La linea, nel bosco-brughiera, segue probabilmente l’antica costa della depressione che inizia a formare la valle per la quale passa oggi la strada per Camparada.

Per decreto dell’Intendenza di Finanza in Milano del 13 Aprile 1871 n. 11823/3453 venne corretto il Confine di questo Comune come contro, venne cioè levato il n. 1 e parte del n. 2 per essere stati aggiunti al Comune di Lesmo. Milano il 16 aprile 1871 – Ing. C. Sioli Perito d’ufficio.

La didascalia dice che lo scambio riguarda l’intera parcella n. 1 (aratorio avitato con moroni) e parte della n. 2 (brughiera boscata inferiore): cioè l’intero lotto a coltivo e una frazione del bosco.

Si può notare la notevole differenza di superficie tra quanto Lesmo ha ceduto e quanto Arcore ha dato: poco meno di cinque pertiche, naturalmente con casa compresa, contro quasi una trentina. Ciò dovrebbe indicativamente dare il rapporto di valore catastale tra la terra e i fabbricati

La collocazione geografica nel territorio vede la cascina situata ai piedi del rialzo collinare, un tempo tenuto a ronchi “avitati”, margine parzialmente eroso del terrazzamento quaternario, che più avanti si riallaccia ai confini del Parco Comunale. Alle spalle di questo rialzo da una relativamente lunga e profonda valletta, che raccoglie il displuvio fin sotto il primo gradino di Lesmo, ha inizio il corso di uno dei rami del “Rio dei Morti”

 

L’immagine è presa dall’aerofotogrammetria del territorio comunale rilevata nel 1993. Sono state messe in evidenza la costa del rialzo collinare, le vallette che raccolgono il displuvio confluendolo nel Rio dei Morti, e i percorsi stradali.

A titolo di curiosità, nella mappa seguente (1897), si può notare il percorso del torrente che uscito nel piano, serpeggia fra i campi e sul margine di antiche strade, fino a concludere il suo percorso nella roggia Ghiringhella presso il Molinetto. Oggi, la parte a vista è solo il tratto sotto la costa orlato di residui boscosi (dove iniziano le ville e villette che hanno usurpato i campi dove si seppellivano i morti del contagio), compreso fra l’uscita dal parco e l’attraversamento della strada per Lesmo. Da qui il torrente è stato intubato e sepolto, ma non manca di far sentire la sua presenza in occasione di forti piovaschi esondando nei campi a lato della strada.

Ritorniamo alla Palazzina.

Dalle mappe disponibili si può dire che fino al primo dopoguerra (seconda metà degli anni quaranta del secolo scorso) l’edificio della cascina sia rimasto immutato, poi pian piano nel tempo sono iniziate le invasioni e lo sconvolgimento paesaggistico non solo di questo luogo (insipienza delle varie amministrazioni pubbliche sorde ad ogni richiamo di conservazione delle bellezze del territorio, ossessionate dal far soldi con gli oneri di urbanizzazione – testimonianza orale raccolta personalmente da un ex-sindaco – finendo col degradare il paese, per mantenere la struttura municipale) dove si camminava per boschi, valli e vallette gustando l’antico sapore della natura, ora si trovano muri che sbarrano il passo e recingono i privilegi del censo.

Il disegno di Mosè Viganò, mostra uno scorcio della Cascina prima delle pesanti trasformazioni edilizie

Le due mappa, proposte sotto, sono rispettivamente del 1859 e del 1897. Come si può notare, non vi è alcuna variazione nella struttura dell’edificio, rispetto a quella di Lesmo del 1722.

 Per concludere, prima di passare ai racconti e alle foto, vediamo anche quella del 1993, tratta dall’aerofotogramma del Comune. Da allora sono passati oltre trent’anni e la situazione, nella zona, è ulteriormente cambiata.

Una situazione paradossale segna la località. Nel cortile della cascina, ormai diventata “case di civile abitazione”, passa il confine tra i comuni di Arcore e Lesmo e lì, i termini di competenza sono ulteriormente complicati..

Parte del complesso abitativo come si presenta oggi

Lesmo eleva la sua indicazione battezzando la via, ovviamente nel cortile la linea di limite non è tracciata fisicamente, ma … “nœm sem da Lesmu, quei là (oltre la linea ideale) in d’Arcul”.

E ora qualche storia.

Cominciamo coi “si dice…”

La carrozza con Re Umberto e la Regina Margherita a Monza

Il “Re buono”

Pare in cascina esistesse una targa che commemorava il passaggio di Re Umberto I (la cosa, a mio parere, è sicuramente vera in quanto sono certe le frequentazioni del “d’Adda Marchese Emanuele” alla corte di Re Umberto nella villa reale di Monza ed è accettabile l’ipotesi di una sua visita ai possedimenti del marchese, visita eccezionale, tale da lasciarne memoria e generare una targa-ricordo); nelle ristrutturazioni e riadattamenti della cascina e delle stalle-fienili, la targa è sparita.

Coltivazione del baco da seta, a cascina Rancate a Triuggio

I bachi da seta

Attorno agli anni quaranta, verità sacrosanta, testimoniata de visu quando, in maggio, al tempo delle rogazioni (i letanei), da chierichetto, con l’organizzazione parrocchiale, si girava per campagne e cascine a benedire i campi, sotto i portici della cascina, vi era un impianto a rastrelliera al quale erano appoggiati, “all’impiedi”, i rami di gelso coperti di foglia e su questi torme di bachi affamati banchettavano nell’abbondanza. Il modo tipico di coltivare i bachi era su tavole piane poste a castello, almeno così mi pare e così vedevo fare al Sentierone nella casa dei miei parenti; questo metodo nuovo mi era del tutto sconosciuto e mi fece non poca meraviglia.

Custode “dei morti della peste”

In cascina viveva una famiglia di Crippa, uno di questi, per tradizione, si era assunto l’onere di mantenere sempre in buono stato l’asta crociata con la scritta “morti del contagio 1300” piantata nel terreno quasi all’imbocco della via per la Palazzina.

Sulla destra la croce posta all’inizio dell’odierna Via Gran Sasso, che ricordava il luogo di sepoltura dei “morti della peste”. A sinistra l’indicazione della via, collocata dove un tempo c’era la croce.

Questo durò finché l’arrivo di invasori, complici gli eredi dei nobili senza più nobiltà e l’urbanistica comunale, occupò la zona erigendo ville a dispregio del sacro di secoli di devozione. Quale fu la fine dell’asta? Se ne è persa la memoria.

Il roccolo del Crespi

Perché roccolo Crespi? Sembra che fino agli cinquanta il proprietario di cascina, bosco e terreni annessi si chiamasse proprio così. Per mancanza di notizie certe non posso ricostruire i passaggi di proprietà dei beni che dai d’Adda arrivarono a loro.

A lato della cascina, appena svoltato l’angolo, l’antico sentiero, che la univa alle cascine della Variona e della Brughiera, poste sul limite dello zoccolo collinoso, si biforca e un ramo porta sul colmo del rialzo al bordo dello scosceso che fa da sponda alla “Valle dei Morti”.

Al margine del bosco, sorgeva un roccolo per la cattura degli uccelli sia stanziali che di passo, attività particolarmente attiva nella stagione autunnale al tempo della migrazione degli stormi di tordi, beccacce, dressi, dressette, storni, ecc.

L’addetto, quasi sempre un abitante del luogo, non lavorava solo per sé, ma una parte delle catture era destinata al padrone. L’impianto poteva anche essere dato in affitto. Per non lasciare nel mistero motivi e modi di funzionamento di questo tipo di caccia se ne accenna brevemente. L’impianto consisteva in una doppia fila di alberelli di carpini e di sorbo, i cui frutti rossi erano cibo appetibile per i volatili, disposti a cerchio, tra i quali erano tese delle reti e collocati richiami e pasture. Sul bordo, mascherata da fronde, una modesta costruzione a torre consentiva all’uccellatore di spiare l’ingresso della selvaggina che attirata dai richiami calava nel cerchio. Una volta posata, veniva spaventata con rumori e lancio di oggetti; la fuga precipitosa che ne conseguiva portava gli uccelli contro le reti tese nelle quali si impigliava. Al cacciatore non restava che sbrogliare le prede e collocarle entro le gabbie di raccolta tenute al buio.

Un altro metodo di cattura, anche se meno usato, consisteva nel disporre stecchi invischiati leggermente conficcati su pali eretti in prossimità dei richiami. Gli uccelli posandovisi restavano appiccicati allo stecco e cadevano a terra. Parte delle catture poi erano destinate all’alimentazione e parte a farne uccelli da richiamo o destinati ad appassionati cultori del canto degli uccelli.

Un frammento di storia personale.

Tra Settecento e Ottocento era invalso l’uso di affidare bambini, provenienti dagli istituti di raccolta orfani e abbandonati, a famiglie che ne facevano richiesta alle quali, fino a una certa età, veniva versato un piccolo contributo per il mantenimento.

La Pia Casa di Santa Caterina a Milano

 

“ Il collocamento all’esterno degli assistiti non contagiosi presso le balie e le famiglie contadine, in cambio del salario e del corredo, fu applicato con sistematicità e favorito con l’aumento delle mercedi agli “allevatori” e con l’assegnazione di compensi straordinari e di indennità di viaggio.”

Uno di questi istituti era la “Pia Casa Santa Caterina” di Milano, al quale le famiglie arcoresi, che desideravano avere in affido bambini, ricorrevano.

Alla Palazzina la famiglia di Zappa Carlo, che ne aveva uno già in affido (Casartelli Cesare), ne chiese e ottenne un altro: Arluni Ambrogio, nato e battezzato a Milano, il 6 febbraio 1831. Così appare nelle registrazioni parrocchiali sullo “Stato d’Anime” del 1841.

Arluni Ambrogio restò nella famiglia e nella cascina arrivando alla maggiore età e al matrimonio con Pirovano Regina di Casatenovo dalla quale ebbe figli dei quali due maschi, Carlo e Luigi, che iniziarono le generazioni degli Arluni arrivati oggi a, poco più o poco meno, di una decina di individui.

Uno stralcio, dallo “Stato d’Anime” del 1895, illustra il progredire della famiglia, che forma un solo nucleo e vive ancora alla Palazzina:

A sinistra stralcio dello “Stato d’anime” 1841.  A destra lo stralcio riferito all’anno 1895

Vi è qualche incongruenza nella data di nascita di Ambrogio, qui è indicato 1829 mentre sul documento precedente è segnato 1831.

Dal figlio Luigi, sposato con Colnaghi Gioconda di Verderio Inferiore, nacque, nel 1907 mia madre, ultima di sei figli.