La terra di Velate -seconda parte-

La terra di Velate -seconda parte-

In questo articolo ripropongo quanto apparso sul numero di Dicembre dell’informatore comunale di Usmate-Velate. Si tratta della seconda parte della ricerca dedicata alle vicende storiche della zona centrale di Velate. In questa versione si è voluto favorire la fruizione delle immagini, per avvalersi appieno del loro apporto documentale, per alcuni versi non pienamente espresso sulla pubblicazione cartacea. Si vuole dunque completare in questo spazio la proposta, nella speranza di raggiungere un’ulteriore platea di pubblico al di fuori dei confini comunali a cui la pubblicazione del comune di Usmate-Velate si rivolge.  Al link di seguito la possibilità di visualizzare, tutti gli articoli apparsi in questi anni sull’Informatore, compresa la prima parte dedicata alla “Terra di Velate”

LA TERRA DI VELATE (seconda parte)

Nella puntata precedente abbiamo percorso quelle poche centinaia di metri che da palazzo Belgiojoso, raggiungono la chiesa parrocchiale e quindi dirigono verso lo scosceso che conduce alla Brugorella. L’abbiamo fatto, non solo coprendo quello spazio fisico, ma soprattutto percorrendo l’arco temporale, che va dalle prime registrazioni documentali a nostra disposizione, sino a tutto il Seicento. Continueremo ora, con la massima coerenza possibile, non disdegnando qualche divagazione se necessaria, nel percorso temporale, che ancora ci separa fino dagli avvenimenti, che uscendo dalla “storia” diventano “cronaca” e li ci proponiamo di fermarci.

Palazzo Belgiojoso in una cartolina inedita d’inizio novecento. Si apprezza il viale con il fondo erboso, l’attuale via Volta.

 

Il ripetuto Catasto Teresiano, nelle due registrazioni disponibili, dei beni di “prima stazione” i terreni e quelli di “seconda stazione” gli edifici, si completerà ora con quel Catasto di Carlo V, di cui abbiamo già trattato con le prime registrazioni disponibili, che partono dal 1558 per “incastrarsi” con il decisivo teresiano a ridosso degli anni Venti del Settecento, fornendoci continuità d’informazione per la ricomposizione di un prezioso puzzle.

La stagione dei Serponti, si sta attualizzando, come abbiamo visto con l’acquisizione di proprietà in tutta Velate, e non solo. Esplicativo di tale primato, il testamento del 1777 di Giovanni Giorgio Serponti, in cui si enumera l’ingente patrimonio che comprende beni nelle località di Magenta, di Velate, di Usmate, Gerno, Pegorino, Lomaniga, Vedano, Spiazzo, Bagaggera, a cui si aggiungono nella zona di Lecco Germanedo, Acquate, S. Giovanni alla Castagna, Rancio, Lecco, Bellano, Varenna, Lierna e Dervio. Abbiamo annotato in altri scritti passati, riferiti alle diverse località di Usmate e Velate le modalità degli interventi dei Serponti, che grazie alla liquidità di cui disponevano, erano di volta in volta nell’opportunità di elargire prestiti, non appena poi i destinatari non erano in grado di onorare i loro impegni, i Serponti incameravano i beni posti a garanzia del prestito concesso.

Genealogia della famiglia Serponti

In seguito, all’inizio dell’Ottocento, vedremo declinare la parabola della famiglia Serponti , protagonista Angelo, che oberato di debiti, rimando per i dettagli alla puntata del mese di ottobre 2018 dedicata alla “Brugorella”, vende ai Belgiojoso per 460.000 lire imperiali tutti i beni della provincia di Velate, tra cui figurano le abitazioni e i terreni della zona centrale di Velate di cui stiamo trattando.
Dal numero precedente ricordiamo come le proprietà tenute da Hortensia Marliani, attraverso Cesare Marliani, passeranno in dote nel maggio del 1684 alla figlia Cecilia Laura Marliani, che si maritava con il “fisico” dottor Cristoforo Rainoni.

Il centro di Velate oggi, con la numerazioni dei siti indicati nell’articolo, riferiti al “Catasto Teresiano”

Quindi i beni passeranno al figlio della coppia, Cesare Antonio Rainoni, poi sempre per via ereditaria, ai figli di quest’ultimo, il reverendo Giovanni Antonio e il fratello Luigi. Nel luglio del 1781 gli orti e le due abitazioni indicate nei mappali 262 e porzione del 266, stabili parzialmente in uso del pigionante Carlo Penati e in parte dai Rainoni, saranno acquistate da Angelo Serponti, unitamente a tutti i terreni che ancora detenevano i due fratelli, per una cifra di 33.500 lire imperiali. Sulla proprietà gravavano allora tre legati di antica data, nel dettaglio erano 60 lire annue dovute al Regio Collegio della Guastalla di Milano, che risalivano al 1610 per legato di Francesco Antonio Marliani, 15 lire alla Prebenda Canonicale di Monza, per finire altre 15 lire ai Reverendi Padri di San Marco di Milano. Inoltre alcuni terreni risultavo ceduti, per volontà testamentaria dell’ava Laura Marliani, al parroco di Velate affinché con il reddito li prodotto si celebrassero le messe in suffragio della defunta. Nell’atto di vendita si indica, che tale impegno, qualora i Serponti avessero riscattato questi terreni, sarebbe risultato a loro carico.

Spostiamoci ora alle abitazioni e terreni degli Albrizi. Nel 1672 i fratelli Gio Batta e Paolo Albrizi, figli di Giacomo e Caterina Antona cedono un’abitazione da nobile e la casa da pigionanti a Giorgio Serponti. Si tratta probabilmente dell’edificio a forma di “L” rovesciata, senza alcuna indicazione di mappale, che si affaccia sulla piazza, nelle rilevazioni del catasto Teresiano. Nella descrizione fornita dall’atto notarile, si evidenzia una serie di pertinenze tipiche di abitazioni che rimandavano ad una agiatezza di cui disponevano i proprietari, da ritenersi tale solo se messa a confronto con la precarietà della più parte della popolazione. Un benessere tuttavia ormai passato, vista l’instabile situazione finanziaria, che determinava i fratelli nel vendere le antiche proprietà di famiglia. La stima dei beni che componevano la transazione, compresi diversi terreni avitati di pregio posti al Bettolino, ammontava a 13000 lire imperiali. Tuttavia dobbiamo segnalare, come una volta conclusa la vendita, gli Albrizi risultassero ancora debitori verso i Serponti, per un residuo di 1792 lire imperiali. Debito che affondava le sue origine nella gestione paterna e che si era poi dilatato nel tempo. Dopo la cessione della Tamburina alle R.R. M.M. del monastero di Santa Margherita in Monza per 11.000 lire imperiali nel 1642, Giacomo Albrizi aveva accumulato in un crescendo imbarazzante una serie di debiti, che si sarebbero infine attestati nella cifra riconosciuta ai figli per la vendita di cui abbiamo detto. Gli edifici venduti costituiranno la “testa di ponte” dei Serponti, nelle proprietà Albrizzi. Nel 1748 Gio. Giorgio e Anselmo Serponti edificano nella loro casa nobile a Velate, la proprietà appena descritta, un Oratorio intitolato alla “Natività di Domine Nostro J. Christy”, per celebrarvi la messa, precisando la volontà di lasciarlo aperto al pubblico. Possiamo ipotizzare la collocazione di questa cappella, attraverso la pubblicazioni di qualche anno fa della professoressa Marica Forni.

Il progetto del Pollack per il nuovo palazzo Belgiojoso. In nero le parti dello stabile preesistente, in rosso quelle da edificare. Nell’immagine la collocazione dell’oratorio e di un’ala della casa Serponti, indicati nella collocazione odierna.

Nell’immagine proponiamo la sua collocazione attualizzata, servendoci degli elementi ricavati dal catasto Teresiano, per individuare quella parte di edifici acquistati dai Serponti nel 1672, a cui aggiungere le indicazioni del progetto dell’architetto Pollack, quando progettava le trasformazioni di quello che sarebbe diventato il palazzo di campagna dei Belgiojoso. Nell’illustrazione apprezziamo la collocazione dell’Oratorio dei Serponti, che poi verrà spostato, al tempo dei Belgiojoso, in una posizione che ancora oggi possiamo apprezzare, per le evidenti tracce decorative lasciate sui muri di un locale, che si affaccia nella corte interna del Palazzo Belgiojoso.

oratorio serponti
Il disegno del “costruendo Oratorio Serponti”, allegato all’atto di richiesta alla Curia, anno 1748

Di questo oratorio mostriamo la mappa allegata all’atto di richiesta d’edificazione, inoltrato alle autorità religiose, anche per fare giustizia dell’errata didascalia che accompagna tale riproduzione sul libro citato della Forni. Ipotizziamo nel consultare tale progetto, un adempimento formale messo in atto dai Serponti.

 Sia il disegno proposto per l’edificio, così come la dedicazione, risulteranno entrambe disattese in fase esecutiva, tanto che nella visita pastorale del cardinale Pozzobonelli del 1756, l’intitolazione dell’oratorio risulterà attribuita alla “Natività di Maria Vergine”, la cui immagine dipinta, era posta dietro l’altare addossato alla parete, quindi in una differente posizione da quanto risulta nel successivo progetto del Pollack. L’Oratorio poteva contare, come indicato nell’atto notarile sottoscritto dai Serponti, di un reddito di 40 lire imperiali annue, ricavate dalla gestione della Cascina Rampina, di loro proprietà.

richiesta serponti
La richiesta inoltrata alla curia di Milano

Al tempo dei Belgiojoso, non abbiamo particolari informazioni sull’Oratorio, se non fosse per il nuovo numero di mappale registrato in occasione della stesura del catasto Lombardo-Veneto nel 1855, tale da confermare lo spostamento e la nuova collocazione a seguito dei lavori di riattamento del palazzo signorile.

La smantellata cappella di Palazzo Belgiojoso, come si presenta oggi, nella collocazione occorsa dopo l’edificazione del nuovo edificio, anni Venti dell’Ottocento.


In seguito a quel primo acquisto che risaliva al 1672, i Serponti conseguirono altri porzioni di proprietà di un ulteriore edificio appartenuto agli Albrizi, forse l’edificio indicato al catasto con il numero 265. Collochiamo tale acquisizioni tra il 1684 e l’anno successivo, quando le sorelle Albrizi cedono loro quote della proprietà. L’acquisto risulta condotto da Gio. Batta Landriano, nella veste di “sottomessa persona” dei noti Serponti. Tale operazione, che vede il coinvolgimento a vario titolo di diversi soggetti vicini alle sorelle Albrizi, subirà una serie di strascichi giudiziari di difficile comprensione, per concludersi nel 1699, quando il notaio Giovanni Gaspare Ghisone, certifica con “instrumento di approvazione” l’accordo tra le parti.