Arcore: Il San Martino; dai Giulini ai Casati

Terza parte
di Paolo Cazzaniga e Tonino Sala

L’ombra dei Giulini si allunga sulle proprietà Simonetta, vincolate dai “prestiti”

Ricordiamo la difficile situazione finanziaria dei Simonetta e dei ripetuti prestiti ricevuti. Non possiamo stupirci, a questo punto, di come inevitabilmente i nodi vengano al pettine e dunque chi aveva elargito prestiti, più o meno mascherati, come abbiamo visto, decide di andare all’incasso. Abbiamo il sospetto che i Giulini “Avocato Faustino” e il fratello Giorgio, avessero potuto sollecitare i creditori dei Simonetta nel mettere in vendita i beni che tenevano in garanzia, non abbiamo comunque la certezza di quanto ipotizzato. Possiamo, attraverso un documento datato 1708, tracciare una storia esauriente di come si svolsero i fatti. Si tratta di una nota, sottoscritta dai Simonetta e Giulini, che definiscono, sembrerebbe in via amichevole, dopo aver puntualizzato l’evolversi della situazione, il nuovo “status quo”.

Proponiamo il conto finanziario che sanciva la fine dell’iter, la partita fra il dare e l’avere, sortito dalla transazione fra le due famiglie, in modo tale d’illustrare con chiarezza quando poi andremo a narrare.

Come erano andate le cose

Il Luogo Pio della Carità aveva venduto all’asta al sig. Agostino Casanova, che risulterà sottomessa persona dell’avvocato Faustino Giulino, 169 pertiche di terreno per il prezzo di £ 9500 imperiali. Si trattava di parte delle proprietà cedute dai Simonetta con i vari contratti di riscatto e successive investiture in affitto, stipulate negli anni.
Anche la linea ereditaria di Francesco Panigarola, nella figura di Gio: Barbò, che aveva sposato la figlia del Panigarola e ricevuto in dote il “censo” istituito da Ferrante Simonetta, mette all’asta i beni che teneva a garanzia del prestito. Ancora il dottore Agostino Casanova “homine persona declaranda” al servizio dei Giulini acquista le proprietà per il prezzo di £ 12000 a cui aggiunge la cifra degli interessi decorsi.

I contratti impugnati dai Simonetta

A questo punto i Simonetta impugnano i due contratti, sostenendo che tali vendite non potevano essere fatte, alla luce dei patti sottoscritti tra loro e i due interlocutori, il Luogo Pio e il Barbò. I Giulini, che nel primo caso non sono chiamati in giudizio dai Simonetta, risultano coinvolti nella transazione dei beni Panigarola-Barbò, assumono una posizione di tranquilla attesa del giudizio del Senato di Milano, aspettando dunque, una delibera del Magistrato incaricato, Trotti. Nel frattempo, interlocutori e amici delle parti in causa si prodigano per trovare un qualche accordo, senza tuttavia giungere ad una conclusione concreta della disputa. Finalmente il Senato si esprime, rigettando le istanze Simonetta, assegnando di fatto tutte le proprietà: “al signor avvocato Giulini”. Spulciando nell’operazione tra il Giulini e il Barbò, il Senato decide che il prezzo che l’avvocato sta pagando risulti troppo alto e diminuisce la percentuale di rateo da considerarsi per il riscatto dal 4 al 3%. La situazione, come vediamo, non si stava mettendo tanto bene per i Simonetta e prima che si elegga un perito per disbrigare ed applicare la sentenza del Senato, si affaccia sulla scena il signor Gio: Batta Soncino, che nella veste di comune confidente delle parti, si accolla l’onere di giungere ad una transazione condivisa.

L’accordo finale

L’accordo vedrà i nipoti Carlo Fabrizio e Ottaviano e lo zio Gerolamo Simonetta, accettare le disposizioni del Senato. Le spese amministrative delle varie transazioni saranno accollate ai Giulini. Si lascia facoltà alla famiglia Simonetta di adire, eventualmente se lo riterranno opportuno, contro le altre parti contraenti, ma in ogni caso la loro azione non dovrà in alcun modo interessare od ostacolare la piena proprietà sancita dei Giulini. Abbiamo poi la conferma del passaggio di ogni diritto di proprietà sugli immobili del San Martino: “in detti contratti resti compreso e trasferito “pleno iure dominy”, anche l’Oratorio e Campanile e case di San Martino”. Emerge poi una concessione ai Simonetta, che evidentemente non navigavano in buone acque: “…il capitale di detti beni non sarebbe, regolandolo in ragione del 3% impostato, più di lire 38000 in circa, come da conto che s’inserisce, ciò nonostante per fare cosa grata alla mediazione ed a contemplazione delle strettezze della casa Simonetta si contenti pagare per tutti detti beni il capitale di lire quaratatremille e questo di netto, dico 43000, oltre le quali resti al medesimo signor avvocato Giulini il caro de livelli che sono sopra detti beni”. Si decide poi: “di abbonare tutte le spese sin ora fatte che ascendono a più di £ 2000 computati li salary e honorary di tutti li sudetti giudizy”.
Tra i beni passati al Giulini figuravano alcuni prati che erano prossimi al mulino, che i Simonetta avevano a Peregallo, a quel tempo gestito dal “molinaro Casati” utilizzati come spazi necessari all’attività dell’impianto molitorio. Per agevolare i Simonetta si decide di procedere con una permuta. Il Giulini cede questi prati e in cambio riceve il “prato detto di S. Martino di pertiche dodici, il campo vicino detto Sartore di pertiche vent’una in circa”.

Si specifica che nel prezzo concordato fossero compresi anche i “frutti”, intesi come prodotti agricoli, legna e altro, che negli anni i Giulini avevano raccolto. Ricordiamo al proposito come i Giulini si fossero insediati, in parte di queste proprietà, a partire dal 1703.

 

La pagina conclusiva dell'atto con le firme dei sottoscrittori

C’è ancora una pendenza, relativa all’affitto annuo che i Simonetta pagavano al Luogo Pio e si da la possibilità agli stessi di rivendicare le 1500 lire imperiali che i Simonetta, a loro dire, avrebbero sborsato in più.

L’atto si conclude con le firme dei contraenti: “In fede di che le dette parti si sono sottoscritte di loro proprio pugno giorno e anno sod.
Jo Conte Carlo Fabrizio Simonetta affermo e prometto come sopra.
Jo Conte Ottaviano Simonetta affermo e prometto come sopra.
La Contessa Giulia Simonetta Benaglia afferma come sopra
Jo Girolamo Simonetta affermo come sopra.
Giorgio Giulini …. anche a nome di suo fratello avvocato”.

Analizzando ancora il “consuntivo” proposto troviamo, in data 1708, la cifra di poco superiore a £ 13000 imperiali, pagata al Luogo Pio di San Giuseppe, dal Giulini per quelle proprietà che erano state vendute per la dote di Francesca Simonetta, nella transazione figurava il pezzo di prato nella prossimità del mulino, al centro della permuta descritta sopra. Per l’operazione citata i Simonetta non ebbero da porre alcuna obbiezione, come invece avevano fatto per i due acquisti all’asta del 1703 e 1704. Probabilmente le trattative che erano in corso, mediate da Gio: Batta Soncino, avevano appianato gli attriti iniziali tra le due casate.

L’ingloriosa fine

Tirando le somme, ci rendiamo conto che a fine operazioni, grazie alla magnanimità dei Giulini, che abbonarono 166 lire imperiali, a titolo di sconto, rimaneva ai Simonetta da saldare un debito di £ 700 imperiali. 

Sempre dal consuntivo registriamo ancora gli esborsi del 1709 dei Giulini, per saldare tasse e interessi, relativi alle operazioni d’acquisto che avevano intrapreso. Dobbiamo infine osservare, come indicato più sopra, che la parola fine sarà apposta il 5 agosto del 1713 con l’atto del notaio Macchio che ufficializzerà l’ingloriosa fine della quasi totalità dei beni del San Martino, che erano stati nelle mani dei Simonetta, dal lontano 1459.

Per fare trentuno mancava ancora uno… o meglio 82 

Rispettosi e senza alcuna fretta, per onorare quanto avevano sottoscritto nell’atto notarile del 1713, i Giulini prendono tutto il tempo necessario e finalmente nel 1720, come abbiamo già illustrato nel post precedente, si presentano alle monache del San Martino di Monza, affinché ratifichino la cessione del diritto di tenere in “affitto perpetuo” i loro beni,  sottoscritta sette anni prima dai Simonetta a favore dei Giulini. Dunque al trenta era stato aggiunto l’uno, la ratifica, per completare l’opera. Tuttavia nel titolo abbiamo parlato di “82” che erano le pertiche della Possessione del San Martino, che mancavano all’appello. 887 era l’estensione indicata nell’atto del 1459, primo contratto di affitto ad Andrea Simonetta, 803 quelle che i Giulini avevano rimesso assieme nel 1713. “Azzeccagarbugli” di manzoniana memoria, era stato sulla scena cento anni prima, ma la sua lezione era ancora viva. Riportiamo un’estratto dell’atto del 1720.

“…fanno se non pertiche 803, onde mancherebbero pertiche 82 per arrivare all’intero perticato di 887.

Tuttavia perché il perticato espresso nella prima Investitura è concepito col termine in circa il quale attesa la molteplicità delle pezze di terra in essa descritte può darsi il caso che porti lo scarto di queste pertiche 82; e quanto anche vi fosse qualche altra pezza di terra sottoposta al detto livello, oltre le mentovate di sopra già riconosciute, non si può di presente individuare atteso il lasso di più secoli dalla prima Investitura a questo tempo, per altro poi non vi è pregiudicio ne del Monastero, ne delle monache supplicanti , poiché resta cauto tutto l’annuo canone…”

In definitiva non era il caso di andare per il sottile, visto che quello che premeva alle monache era l’importo del canone che i Giulini versavano nella cifra di 56 lire imperiali annue che si riferiva alla totalità delle pertiche originali 887.

La prima pagina delle tre pagine in cui si svolge l'intero elenco delle monache del Monastero di San Martino in Monza nel 1720

Facciamo qualche conto

Prima di tutto osserviamo che il giorno di lunedì, 15 luglio del 1720, nel parlatorio interno del Monastero di San Martino in Monza, la madre superiora Maria Teodolinda Fossati, al suono della campanella, convoca le suore del monastero che in tutto risultano essere, compresa la superiora e la vicaria suor Candida Rosa Nova, in numero di 51 religiose. Le monache sono chiamate ad approvare, come poi fanno, la vendita del “ficto libellario perpetuo” sulle ultime 240 pertiche che i Simonetta avevano ceduto ai Giulini, relativi alla Possessione del San Martino di Arcore. Nell’occasione il monastero incassano finalmente, sette anni dopo la reale transazione avvenuta tra i Simonetta e i Giulini, le 900 lire imperiali, del così detto “laudemio” che secondo la legge del tempo spettava al proprietario degli immobili, quando l’affittuario in carica cedeva ad un terzo questo suo diritto, caricando quest’ultimo appunto dell’onere del “laudemio”. Rimaneva poi la cifra annua dell’affitto che ammontava come abbiamo ripetutamente visto, a 56 lire imperiali. Così, per curiosità, abbiamo cercato di comprendere a quanto equivalesse tale cifra, rapportata ad oggi. La sorpresa, anche se non del tutto disattesa, si è palesata. Con tutti i possibili distinguo del caso e consapevoli di non aver applicato i dettami che la “scienza economica” ha stilato al proposito di simili raffronti, esponiamo questo semplice confronto.

Abbiamo appurato che nel 1720 nel Ducato di Milano un moggio di frumento era valutato 16 lire imperiali e 10 soldi (la lire imperiale dell’epoca era divisa in 20 soldi, un soldo infine valeva 12 denari), aggiungiamo che 10 anni dopo il prezzo del frumento era salito a 21 lire e 18 soldi. Ci concentriamo comunque sulla quotazione del 1720. Aggiungiamo che un moggio equivaleva a ettolitri 1,4625, la quantità trasformata in kg, considerato che un ettolitro vale circa 78-80 kg di frumento, ci porta a circa 115 kg. Quindi le monache con le 56 lire imperiali di affitto annuo potevano acquistare ipoteticamente 390 kg circa di frumento. Oggi la quotazione del frumento alla Borsa di Milano vale per tonnellata 402 euro, fatte le necessarie operazioni ci accorgiamo che oggi 390 kg di frumento valgono 156 euro. Facciamo pure tutti gli aggiustamenti che vogliamo ma ci rendiamo conto che i Giulini, versavano per l’affitto delle oltre 800 pertiche di Possessione del San Martino, edifici compresi, una cifra veramente irrisoria, ma tant’è!

La discendenza dei Giulini si tramanda la proprietà del San Martino

I Giulini oltre alle proprietà, che discendevano dall’antico Monastero di San Martino, possedevano altri beni nel territorio di Arcore. Sfogliando il Catasto di Carlo V, nei suoi quattro libri, alcuni fitti di aggiornamenti, tracciati con poco ordine e con grafie sempre da decifrare, identifichiamo con certezza la presenza di sole 8 pertiche di terreno aratorio che nel 1697 i fratelli Giorgio e Faustino Giulini, acquistano dai Cazzola, e che erano in origine da ricondursi alla Chiesa di San Giovanni di Monza, che dunque non erano state dei Simonetta.

In sintesi possiamo stilare questo resoconto.

AnnoTipologiaPerticatoProvenienza
1690 Giorgio GiuliniAvitato con sito e orto189Fabrizio Simonetta
1690 Giorgio GiuliniBosco6Fabrizio Simonetta
1690 Giorgio GiuliniAratorio19Fabrizio Simonetta
1690 Giorgio GiuliniPrati asciutti16Fabrizio Simonetta
1697 Fratelli GiuliniAratorio137Cazzola
1697 Fratelli GiuliniPrato adacquatorio12Cazzola
1697 Fratelli GiuliniBosco122Cazzola
1697 Fratelli GiuliniAvitato284Cazzola
1697 Fratelli GiuliniSito e orto8Cazzola
1697 Fratelli GiuliniAratorio8Chiesa San Giovanni Monza tenuto dai Cazzola
1705 Faustino GiuliniAratorio 150Fabrizio Simonetta
1705 Faustino GiuliniPrati asciutti20Fabrizio Simonetta
1705 Faustino GiuliniAvitato15Fabrizio Simonetta
1708 Faustino GiuliniAvitato324Fabrizio Simonetta
1708 Faustino GiuliniBosco134Fabrizio Simonetta
1737 Giuseppe GiuliniAratorio46Fabrizio Simonetta
1490 TOTALE
Le proprietà della famiglia Giulini ad Arcore nel 1774, su una mappa dell'epoca e sulla mappa attuale

La somma ci porta a 1490 pertiche, che dunque eccedono sia le 803 che si contavano dopo la ricognizione del 1720, sia le 887, che erano state assegnate in affitto perpetuo nel 1459. Tale cifra si discosta, anche se con uno scarto inferiore, a quanto finalmente nel 1774 possiamo certificare possedevano i Giulini in quel di Arcore. Il 26 aprile appunto del 1774 abbiamo nel “trasporto d’estimo” registrato dall’erario in cui si trasferiscono 1332 pertiche da Giuseppe Conte Giulini, morto nel 1752, ai figli Giorgio e Ottaviano. 

La registrazione catastale del 1774 che certifica il passaggio della proprietà da Giuseppe Giulini ai figli

Ottavio Giulini e il suo testamento

Dieci anni dopo nel 1784, alla morte di Giorgio, il perticato arcorese finisce nella disponibilità di Ottaviano Giulini. Poi nel 1792, Ottaviano, morto l’anno precedente, lascia la proprietà delle 1332 pertiche al nipote Giovanni Cesare Giulini della Porta. 

Nel testamento di Ottavio Giulini, che muore all’inizio del mese di dicembre del 1791, abbiamo notizie dirette del San Martino. Nelle sue volontà, “Sebbene infermo di corpo e giacente in letto…” il Giulini, nell’abitazione storica della famiglia a Milano, scrive di proprio pugno, è il 19 novembre del 1791, : “Al prefato signor Conte Don Cesare per sua porzione in e di mia eredità assegno la Possessione nominata S. Martino territorio d’Arcore Pieve di Vimercate con casa da nobile e sue dipendenze ed inerenze. E perché in mia vita ho avuto a tal Possessione una speciale ragionevole inclinazione perciò io desidero e voglio e comando che tal Possessione dal mio soddetto erede sia conservata e trasferita a suoi figli dilettissimi miei pronipoti, mai alienata, ne gravata di alcun vincolo ed ipoteca, ma debba pervenire libera a soddetti miei pronipoti figli del nominato signor conte don Cesare”. Ha ancora parole per compensare chi è stato al suo servizio: Lascio pure che di tutto il denaro effettivo che mi troverò avere al tempo di mia morte, tanto in Città che fuori, la metà venga subito distribuita in tante limosine a giudizio del mio confessore ordinario in oggi il Signor Prevosto Calvi di S. Tommaso, a persone le più bisognose avuto riguardo a poveri paesani li più laboriosi e bisognosi e più della Possessione di S. Martino d’Arcore di mia ragione: in queste comprendo pure un regallo ad Andrea Pennati fattore, qualora esista al mio servizio.”

Ancora per via ereditaria nel 1820 è Giovanni Giorgio Giulini della Porta ad acquisire la proprietà che ora assomma a 1343 pertiche fra terreni e case. Sarà poi la figlia Anna Giulini, nata dal matrimonio con Maria Beatrice Belgiojoso d’Este, andata in sposa a Camillo Casati, ad introdurre la quest’ultima dinastia nella proprietà del San Martino e degli altri terreni ed edifici di Arcore.

Con la Rivoluzione Francese i Giulini legittimano la proprietà del San Martino

La data di soppressione del Monastero di San Martino in Monza risale al 24 aprile del 1786, il 10 aprile dell’anno successivo si mettono in vendita i beni dello stesso. Nella lista non figurano i beni del San Martino, per cui i Giulini continuavano a versare le 56 lire imperiali d’affitto all’erario e dunque il governo austriaco, allora in carica, con a capo il sovrano Giuseppe II, non ritiene di alienarli. Abbiamo appurato che la vendita dei beni del Monastero di San Martino di Monza fruttarono all’amministrazione pubblica la cifra di  163550 lire milanesi. Non sappiamo se il particolare contratto di “livello perpetuo”, che intercorreva da tempo memorabile per i beni di Arcore, escludesse gli stessi dalla possibilità di vendita o se altre influenze dei Giulini, abbiano diretto in questa direzione le decisioni dell’amministrazione austriaca.

L'avviso con cui si pongono i vendita le proprietà del Monastero di San Martino di Monza

Quando, il 26 maggio del 1796, Napoleone entrò a Milano, mettendo temporaneamente fine al controllo austriaco sui nostri territori, possiamo supporre che i Giulini tanto tranquilli non fossero. Alla fine dovettero, tuttavia, ricredersi, grazie al nuovo governo, furono nella possibilità di liberarsi dell’affitto che pagavano sui beni arcoresi. Con la neonata Repubblica Cisalpina, non poche furono le contraddizioni che vennero a crearsi in Lombardia.
Di fatto la Repubblica Cisalpina si trovava a dover versare alla Francia ingenti somme di denaro per spese di guerra.
Attraverso un accordo, che datava 1797, la Repubblica doveva versare un milione di lire milanesi al mese per far fronte alle spese della “grande armata” che imperversava in tutta Europa.
Gli ideali che erano stati sposati dai sostenitori della ventata rivoluzionaria, che aveva portato alla Repubblica Cisalpina, vennero via via svuotati dei loro contenuti. La necessità di far cassa, per onorare gli impegni economici con i francesi, portò alla promulgazione di una serie di leggi che agevolassero le casse statali. Il passaggio dalla seconda Repubblica Cisalpina alla Repubblica Italiana, alla fine di gennaio del 1802, lasciava intatta l’insaziabile esigenza di raccogliere denaro, per sopperire ai bisogni ora non più cisalpini, ma italiani, e com’é ovvio a quelli francesi

“Carneade! Chi era costui?”, ovvero Lorenzo Gerenzani

In questo lasso di tempo il Giulini, che regge le sorti dei beni arcoresi è Giovanni Cesare Giulini della Porta, cha ha appunto aggiunto al suo cognome quello dei “della Porta”, di cui si fregiava la nonna Virginia Moriggia della Porta. Ricordiamo che lo stesso Cesare, sarà podestà di Milano dal 1816 al 1819, quando gli austriaci ristabilirono il loro controllo sulla città. Possiamo dunque ipotizzare che il Giulini negli anni “rivoluzionari” si fosse tenuto lontano dalla “cosa pubblica”. Ecco dunque, in questo frangente, introdursi la figura del “carneade”, Lorenzo Gerenzani, che si palesa sulla scena come emissario di “persona da dichiararsi”, per richiedere l’acquisto di tre “fitti livellary” che appartenevano ai “Beni della Nazione”. Evidentemente i Giulini, come abbiamo detto, preferirono mantenere un’anonimato nell’operazione intrapresa dal Gerenzani, come del resto consentivano le leggi vigenti. Negli atti che andiamo a commentare si legge chiaramente come l’emissario potesse, in seguito, palesare il suo “mandante” anche con una semplice scrittura privata mantenendo occulta l’identità dei Giulini, come in effetti si verificò. L’accennato bisogno di denaro dell’erario, portò alla promulgazione di una legge denominata 14 settembre 1802 in cui, fra gli altri provvedimenti, si contemplava l’affrancazione delle Decime e dei Livelli, norma a cui i Giulini fecero ricorso. Il Gerenzani oltre alle famose 802 pertiche della Possessione del San Martino, affrancò i livelli, per una casa con bottega sul Nirone di San Francesco, posta al civico n° 1780 a Milano, per cui si pagava un affitto di 109 lire imperiali annue e di una casa posta giù del Ponte di San Celso al civico n° 4408 sempre a Milano che valeva un affitto annuo di 40 lire. Questi immobili erano appartenuti al soppresso Monastero di San Maurizio Maggiore di Milano. Andando tra le pieghe della legge accennata e dei decreti attuativi, ci rendiamo conto della natura del contratto, che il Gerenzani andava stipulando. 

Attraverso l’esborso di una cifra che si determinava dalla normativa che la legge stabiliva, avrebbe assunto il “diretto dominio” dei livelli, acquisendo il diritto di continuare ad esigere l’affitto dai titolari del livello, per Arcore dunque i Giulini.

 

Il resoconto della sessione tenutasi all'Economato dei Beni della Nazione in cui si autorizza la richiesta di Lorenzo Gerenzani

I costi dell’operazione

Il Gerenzani, sempre a norma della “legge del 14 settembre 1802”, per entrare in possesso di quanto detto, avrebbe dovuto saldare all’Economato dei Beni Nazionali le eventuali rate d’affitto arretrate. Le due case di Milano risultavano affittate a persone defunte e dunque con rate ancora da saldare. 

Siamo verso la fine del 1803 quando l’iter intrapreso dal Gerenzani va a concretizzarsi. Lo stesso versa le rate e le frazioni di esse, non ancora saldate dagli affittuari morosi fino alla data corrente le acquisizioni, quindi 820 lire Milanesi in contanti e altre tremila lire con una “carta” relativa alla “legge 11 vendemmiale anno X”. Qui occorre aprire una parentesi. A partire dalla Repubblica Cisalpina e poi ancora con quella Italiana si era provveduto fare fronte, al noto fabbisogno di denaro, con l’emissione di azioni sia “volontarie” e che “forzose” a favore di cittadini più o meno facoltosi, in funzione dei loro redditi, con valutazioni che via via si erano modificate, circa la presunta ricchezza dei sottoscrittori. Si era poi normato che attraverso le azioni acquisite i detentori potessero acquistare “Beni Nazionali”, per la più parte requisiti ad enti religiosi vari. Ecco dunque che il nostro Gerenzani presenta al pagamento una di queste “carte”, condizioni necessaria, dobbiamo dire, per poter beneficiare della “legge 14 settembre 1802”. Chi fosse il vero titolare di questa “carta” non è dato sapere. Al proposito, nonostante le ripetute ricerche fatte sui diversi elenchi di “sottoscrittori” dei prestiti all’erario, nel periodo “napoleonico”, tutt’ora disponibili presso vari Archivio di Stato, il nome dei Giulini, non compare mai, tanto meno quello del Gerenzani. La sorpresa di come i Giulini avessero potuto sottrarsi a questa tassazione resta grande, nell’elenco che proponiamo relativo alla sottoscrizione derivata dalla “legge 11 vendemmiale anno X”, incontriamo la pressoché totalità delle famiglie “benestanti” del territorio milanese. Possiamo supporre che i Giulini, avessero acquistato questo titolo da terzi, ammesso che le famose “carte” avessero mercato. Dobbiamo ancora aggiungere, che non abbiamo prova certa che dietro la figura del Gerenzani si celassero i Giulini. Allo stesso tempo, dato per certo che Lorenzo Gerenzani operava per una terza persona e considerato che il costo dell’acquisto del livello del San Martino fosse stato di 20 volte il valore dell’affitto annuo, quindi 1120 lire, è difficile supporre che qualcuno abbia voluto effettuare un tale investimento, a parte i Giulini, visto che l’investitore sarebbe andato in attivo, riscuotendo l’affitto annuo, solo dopo 20 anni.

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Il conto economico dell'acquisto dei livelli

Alcune considerazioni 

Dobbiamo dire, alla luce del concetto odierno di “proprietà privata”, che questa vicenda che si dipana dal 1459 fino all’Ottocento risulta non semplice da interpretare. In quel lontano anno i beni del monastero furono ceduti in “enfiteusi perpetua” che può configurarsi come una virtuale alienazione dei beni. In seguito i vari protagonisti avevano venduto il loro status di “affittuari” considerando il valore di mercato dei terreni e degli immobili, che gestivano.

Nel 1803 è il demanio a mettere in vendita quel diritto a riscuotere l’affitto, che era stato incamerato privandone il soppresso Monastero di San Martino di Monza. Del resto a partire dal Catasto di Carlo V e ancora nel Catasto Teresiano, vediamo con chiarezza che le oltre 800 pertiche della Possessione del San Martino, sono poste in testa prima ai Simonetta poi, per una parte, ai Cazzola e dunque ai Giulini. Obbiettivo dell’erario era poter riscuotere dai titolari le relative tasse sui perticati. Evidentemente, come abbiamo detto, l’istituto “dell’enfiteusi perpetua” ha determinato la piena proprietà dei soggetti che tenevano i beni in affitto, come ripetutamente certificato dall’erario, a testimonianza l’immagine che propone la registrazione catastale del 1774. In definitiva una situazione non semplice da comprendere, come abbiamo detto, per il profano di “cose giuridiche”, tuttavia, da una attenta analisi legale emergono altre conclusioni, a cui rimandiamo e che sembrano legittimare i diritti di proprietà, prima dei Simonetta e poi dei Giulini.

L’evoluzione architettonica del San Martino

Dagli edifici che componevano l’antico monastero, metà Quattrocento a quanto ci restituisce la mappa del Catasto Teresiano anni Venti del Settecento, possiamo supporre che siano intervenute modifiche sostanziali, vista la destinazione del luogo, che aveva accompagnato le necessità pratiche dei coloni che gestivano la Possessione del San Martino, prima per i Simonetta e poi inizialmente per i Giulini. Labili le notizie che ci dicono degli interventi dei Giulini, che condussero gli edifici ad assumere l’aspetto prossimo a quello attuale. In passato avevamo stilato queste note, che segnavano l’epoca della ristrutturazione voluta da Giorgio Giulini: “La ristrutturazione dell’antico convento fu probabilmente iniziata dallo storico conte Giorgio Giulini, prima del 1781, anno della sua morte. Il Giulini, ridimensionò l’originario edificio conventuale, dandogli o conservandogli la tipica struttura a U aperta verso il paese ed impostando un vialone di accesso che, partendo dalla piazza antistante la villa Borromeo, lasciava ad est il paese, per spingersi verso ovest, oltrepassando la villa e prolungandosi otticamente con un filare di pioppi, oltre la strada provinciale, fino al Lambro distante qualche chilometro”. Non dobbiamo, tuttavia, escludere alla luce del testamento di Ottavio Giulini, fratello di Giorgio, con cui condivideva la proprietà arcorese, un diretto coinvolgimento dello stesso nei lavori sugli edifici del San Martino. Le conferme dei tempi degli interventi ci giungono per via indiretta, attraverso alcuni incidenti occorsi alle maestranze che lavoravano nel cantiere del San Martino, attraverso le registrazioni tenute nell’Archivio Parrocchiale di Arcore relative a due episodi.

“…21 settembre 1758 – Ambrogio Mariano figlio del qda Francesco della cura di Concorezzo mentre in qualità di Maestro di Muro lavorava al san Martino sotto di questa cura cadde da un tetto e restò per il colpo senza tempo di alcun Sagramento…”.

“…11 settembre 1779 – Francesco Antonio Pellizzone figlio di M.r Giuseppe della cura di Lesmo casualmente precipitato dalla sommità della fabrica del san Martino dove lavorava in qualità di Maestro di Muro e fracassato nella testa, vita e bracci fu munito dell’assoluzione sacramentale avendo dato segni sufficienti di dolore per chiederla…di anni diecinoue…”.

Esistono di certo altre fonti documentali dei lavori occorsi al San Martino in quell’epoca e in quelle successive. Purtroppo al momento non siamo stati in grado d’intercettarle. Possiamo solo proporre l’evoluzione del sito attraverso i rilievi topografici di epoche diverse, rimandando alla prossima puntata con quanto pubblicato in passato, molto spesso con un “copia-incolla” imbarazzante. Nell’occasione proporremo un interessante documento frutto di una ricerca fatto dagli alunni del corso C della “Scuola Media Stoppani”, nell’anno scolastico 1992-93, che raccontava dello stato e storia delle “Dimore Rurali” di Arcore, fra cui appunto la “Cascina San Martino”.

 
L'evoluzione del sito attraverso le mappe

FINALE

I fantasmi, che ci seguono inesorabili nel nostro racconto, non vogliono ancora abbandonarci. Con qualche brivido nella schiena avvertiamo la loro impalpabile presenza…

È storica, nell’intera Alta Brianza, l’esistenza della leggenda di quella specie di drago-lucertolone, ritenuto emanazione infernale, che oltre al potere di ammaliare con lo sguardo le persone, poteva trasformarsi in una figura impalpabile dall’apparenza umana annunciatrice di disgrazie; anche qui da noi, fin oltre la metà dello scorso secolo, nella frazione ne era sopravvissuta la tradizione.

Il “Biss Gaspar o Basilisch”: … si presentava uscendo da un anfratto all’improvviso come fantasma di donna che aveva il potere, trasformandosi in drago, e incrociandone lo sguardo, di preannunciare la morte del malcapitato che lo incontrava, morte che sarebbe avvenuta in breve tempo, ma dalla quale si poteva scampare chiudendo subito gli occhi sottraendosi passivamente alla visione dello sguardo ammaliatore e recitando l’invocazione: “Arcangiul dal Signur, San Michee mazza ciapit, salvum la vita, la vista e sensa ris’c cupa cal brutt diavul d’un basilisch ….”

…11 settembre 1779 – Francesco Antonio Pellizzone figlio di M.r Giuseppe della cura di Lesmo casualmente precipitato dalla sommità della fabrica del san Martino dove lavorava in qualità di Maestro di Muro e fracassato nella testa, vita e bracci fu munito dell’assoluzione sacramentale avendo dato segni sufficienti di dolore per chiederla…di anni diecinoue…“.

“Dal registro dei morti. Archivio Parrocchiale di Arcore”

Dopo l’accaduto in Cascina cominciò a girare la voce che l’incidente non fu che l’effetto della visione che gli abitanti sapevano descrivere con tutti i particolari.

Poi: morti o dispersi dagli sfratti gli abitanti; chiusi giardino e area dell’ex monastero nel confine mascherato da siepi, boschi e boschetti; trasformati in fortezza custodita palazzo e cascine; anche l’antico “Basilisch” è stato costretto a far le valige per non essere coinvolto nel “repechage” dei modi di vita imitanti alcune delle vicende del più famoso fantasma di Celia qui trasferitosi spiritualmente a far concorrenza all’antico vivere di “Villa Simonetta”.

Fine della terza parte

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